sabato 5 febbraio 2022

 Yoga e vimana: uomini e donne nello spazio


Nella letteratura vedica si menzionano vari tipi di vimana, oggetti o carri volanti di diverse forme e dimensioni, capaci di volare nell'aria, nello spazio e nell'acqua, molte delle citazioni si trovano in Mahabharata e Ramayana: il agnihotra aveva due motori e il gaja più motori. Secondo l'interpretazione di W.Davenport (1979) vimana significa "uccello artificiale abitato" da vi "uccello" e man "qualcosa di artificiale o abitato". Viene spesso citato anche con nomi diversi, come Pushpaka Vimana o "aeroplano con i fiori" che in una storia epica venne sottratto dal demone Ravana a Kuvera, tesoriere degli dei, e poi Rama lo restituì al legittimo proprietario. Questo speciale veivolo fu creato da Vishwakarma, il grande architetto dell'universo, per Brahma che infine lo offrì a Kuvera, e viene descritto come un oggetto luminoso quanto il sole e capace di volare ovunque. 
Per molto tempo, alle donne è stato concesso poco spazio nelle missioni spaziali, anzi un tempo era a loro proprio preclusa la partecipazione, lavoravano dietro le quinte ed erano gli uomini ad avere la meglio. Oggi sono stati fatti passi da gigante e molte ricercatrici astrofisiche sono state selezionate per nuove missioni. La pioniera Valentina Tereskova è stata la prima donna ad essere stata mandata nello spazio nel 1937 a soli 26 anni, poi la seguirono anche Sally Ride, Mae Carol Jemison, Claudie Haigneré, Chiaki Mukai, Saunita Williams e Christina Koch, che nel 2019 ha superato il record di permanenza nello spazio per una donna. La prima donna italiana negli equipaggi dell'Agenzia Spaziale è stata Samantha Cristoforetti, ma non facendo parte dell'esercito dovevano chiedere permessi di lavoro "ingiustificati" a causa della segretezza dei viaggi. Ad oggi le donne astronauta costituiscono il 34% degli astronauti attivi nell'agenzia spaziale. Secondo l'Ente Nazionale per le attività spaziali e Aeronautiche il prossimo astronauta nel 2028 a mettere piede sulla luna e successivamente anche su marte potrebbe essere una donna. Storicamente gli astronauti sono stati reclutati durante la loro carriera come piloti di caccia, ma già nel passato secondo i Veda le donne erano abituate a volare e a viaggiare per mare, terra e spazio, per commerciare e anche per allargare gli orizzonti di conoscenza. Nel tempio di Rajarani dedicato a Shiva a Bhubaneshwar c'è l'immagine di una donna su uno dei vimana dell'Undicesimo secolo, uomini, donne e bambini li potevano usare per gli spostamenti.
Nei miti rinveniamo numerose testimonianze scientifiche legate al passato uso di tali oggetti volanti, che venivano usati per lo spostamento di interi palazzi, e anche se non ne abbiamo prove dirette tangibili la loro popolarità ha incuriosito e appassionato sia ingegneri che archeologi di tutto il mondo che ne hanno approfondito le tracce visibili. In molte  tradizioni si racconta delle divinità scese in terra dal cielo e così anche nei Veda si illustrano i vimana dell'età dell'oro. Infatti nella cosmogonia vedica le caratteristiche dell'era dipendono dal movimento ciclico e a spirale del sistema solare intorno al centro della galassia a cui appartiene. Ogni ciclo galattico dura ventiquattromila anni attraversando otto ere chiamate yuga (quattro di avvicinamento e quattro di allontanamento al centro galattico). Si narra che quando quattordicimila anni fa, quando il nostro sistema solare era vicinissimo al centro della galassia, gli esseri umani erano connessi al proprio centro interiore. Ecco perché per 4800 anni il Satya yuga è stata l'età della saggezza e della verità conosciuta come età dell'oro carica di bellezza e armonia, ma allontanandosi dal centro della galassia il sistema solare ha gradualmente perso questi benefici influssi. Siamo ora nel periodo Kali yuga, quello più distante dal centro galattico perciò regnano la discordia e la perdita di consapevolezza del genere umano.



I vimana, chiamati in sanscrito Akasa Yantrache, potevano viaggiare sulla terra, sull'acqua e nell'aria, non solo, ma si narra di intere città volanti e templi volanti. Nel deserto del Thar, che si trova nello stato del Rajasthan del subcontinente indiano, c'è una regione desertica e semi desertica vicino al corso inferiore dell'Indo che sfuma verso il Cholistan, dove nel 1900 alcuni scienziati trovarono della cenere radioattiva risalente a dodicimila anni prima, come se si trattasse di uno scontro spaziale atomico che facesse riferimento alla guerra tra i deva e i demoni legata a una cronaca che descrive una storia di armi potentissime e avanzate
O ingegnere specializzato, tu che progetti navi oceaniche, spinte da motori ad acqua come quelli usati nei nostri aeroplani, che danno la capacità di alzarsi in verti scale oltre le nubi e viaggiare in tutta la regione. Sii tu, prosperoso in questo mondo e vola attraverso l'aria e attraverso la luce (Yajur Veda, 10.19)
Jalayan è un veicolo progettato per muoversi sia in aria che in acqua (Rig Veda 6.58.3)
Nel Rig Veda si narra di come i Rbhus avessero costruito un carro celeste per i gemelli Aswini, medici degli dei (1.111.1), di forma triangolare con ruote retrattili che in volo vengono ritirate proprio come i moderni aerei. In un altro passo si parla invece del velivolo che apparteneva ai Marut (1.166.4-5) in grado di far tremare le case, di sradicare piccole piante di provocare un forte vento al suo passaggio. Un punto interessante è quello relativo al carburante liquido madhu oppure anna.  
I kathasaritsagara erano operai altamente specializzati esperti in meccanica e in grado di costruire navi oceaniche, e i rajyadhara erano in esperti nel fabbricare macchine volanti capaci di trasportare oltre mille passeggeri e capaci di coprire in pochi istanti lunghissime distanze. Nei Rig Veda le macchine volanti furono designate col nome di ratha (veicolo), designazione originale della macchina volante, poi il termine cedette il posto al termine vimana nel Yajurveda, veicoli multiformi. Il disegno fu poi imitato per costruire palazzi e soprattutto templi. Secondo alcuni esperti potrebbero essere stati costruiti in tecnologia laser o energia solare e non si può ignorare il fatto che il naksatramandala fu una macchina progettata per navigare attraverso il sistema solare.
Nello Shrimad Bhagavatam si parla di un personaggio dal nome Angira il quale possedeva una macchina capace di condurlo ovunque. Si narra inoltre di quando il re Citraketu stava viaggiando nello spazio su uno splendido aeroplano, che gli era stato regalato da Visnu. Proseguendo nello studio degli antichi testi si evince che dovevano esistere vimana grandi e piccoli alcuni dei quali erano vere e proprie città volanti. Soltanto di recente comunque si stanno compiendo letture specifiche in questa direzione per ottimizzare ulteriormente i comandi dei velivoli caccia, riducendo ulteriormente i tempi che intercorrono tra comando del cervello e azione del braccio. Interessante è anche la spiegazione della lega usata per costruirli, che teneva conto dei modi possibili di sistemare gli elettroni attorno al nucleo di un atomo.
Le più recenti scoperte danno per certo che un certo grado di avanzamento tecnologico oltre che artistico e letterario fosse presente nelle civiltà antiche. Sono stati rinvenuti documenti sanscriti che trattavano dell'antigravità capace di far levitare ogni cosa. Gli astras erano veicoli interstellari che potevano farsi invisibili e sufficienti prove riescono ad avvalorare l'ipotesi di una guerra tra esseri stellari in un lontano passato. Sono numerosi i testi in cui vengono nominate macchine volanti in grado di portare passeggeri, di condurre battagli e di compiere lunghi viaggi. con ratha vengono solitamente indicati i "carri volanti" utilizzati solo dagli dei e generalmente privi di ali, mentre i vimana hanno quasi sempre ali e sono utilizzati anche dai mortali (Dileep Kumar Kanjilal, Vimana in ancient India, Sanskrit Pustak Bhandar, 1985, p.13). Ci sono inoltre precise descrizioni degli yantra o macchine nella civiltà vedica che sono ancora fonte di accesi dibattiti e di analisi che potrebbero condurre a riscrivere la stessa storia della nostra civiltà e a vedere con occhi diversi le origini della nostra specie. 
Forse è nel Mahabharata che troviamo le fonti più considerevoli di accenni ai vimana, in un'avvincente narrazione del re Salva apprendiamo che egli ne acquistò uno da Maya Danaya, un re abitante del sistema planetario Talatala. Il suo veivolo viene descritto come un'invincibile città di ferro che poteva volare e comandare eventi metereologici, produrre trombe d'aria, folgori, grandine con cui abbattere i nemici con sbalzi di calore e correnti aeree.  
Nel Sabhaparvan, il secondo libro del Mahabharata (capp168, 169), si parla invece di autentiche città spaziali che orbitano intorno alla terra, munitissime fortezze dotate di armi poderose. Una di queste città sarebbe stata costruita da Brahma per due demonesse, Pulama e Kalaka, che avevano praticato severe austerità per migliaia di anni celesti. La città conteneva vari alberi con molti gioielli e uccelli variegati. Altre città spaziali orbitanti compaiono nel Vanaparvan: Vaihayasi, Gganacara, Khecara.  Accanto alle città spaziali ve n'erano altre dove i demoni vivevano in fondo al mare in città radianti, piene di edifici con alberi e cascate d'acqua descritte realisticamente come perfettamente comode e lussuose.   










martedì 4 gennaio 2022

Cosmologia vedica 4



Lo Studio del Cielo con i suoi elementi ha sempre affascinato l'essere umano che da millenni ha cercato di controllare lo spazio aereo e circoscriverlo nel suo campo d'azione, per fare ciò è assolutamente indispensabile approfondire la conoscenza scientifica del pensiero arcaico e su cosa significhi scienza e co-scienza. Riguardo a questo tema ci sono note cosmologiche  elementari recenti da affrontare presenti nei classici della letteratura come Omero, Dante e Shakespeare. In un saggio introduttivo Il Mulino di Amleto (1983) Giorgio de Santillana de Santillana e Hertha von Dechend sulla struttura del tempo c   i avvicina ad alcune fonti comparate del mito attraverso civiltà perdute che forniscono chiavi preziose d'analisi sulla volta celeste. 
Lo studio della storia antica è uno strumento utilissimo per comprendere la metodologia delle scienze umane, e proprio in quest'opera gli autori prendono consapevolezza che il mito è una scienza esatta, dietro alla quale operano misure precise, ma qualitativamente diverse dalle nostre, perché legate alla concezione ciclica e stagionale delle cose. 
Nella cosmologia vedica possiamo ritrovare le nostre radici umane e una conoscenza completa che unisce varie civiltà e i nostri predecessori avevano una consapevolezza della storia dell'umanità diversa dalla nostra, e la trasmettevano attraverso l'educazione della scienza e della filosofia vedica. Come ben sappiamo all’inizio del Quattrocento in Europa l’astronomia è una disciplina ben radicata nel sistema della conoscenza e nei curricula universitari, infatti insieme ad aritmetica, geometria e musica, essa è parte del quadrivium o studi superiori che si basavano sul trivium propedeutico di grammatica, logica e retorica. Il complesso delle discipline insegnate nelle facoltà delle Arti liberali, era il prerequisito di chi voleva poi proseguire negli studi universitari di medicina, del diritto o teologia. Forse non tutti sanno che l’astronomia è talvolta insegnata nella facoltà di Medicina come astrologia medica, che studia le influenze celesti sul corpo umano e sceglie il momento migliore per la somministrazione di farmaci e per varie terapie. Alla base della dottrina c'erano i testi dell’antichità classica di Ippocrate, di Euclide e Tolomeo, lette in traduzioni medievali e spesso commentate dai filosofi arabi, che  introducevano gli studenti a questioni più complesse e di maggior interesse pratico, quali la compilazione di predizioni astrologiche come oroscopi. In Italia i primi insegnamenti pubblici risalgono alla fine del Tredicesimo secolo, mentre una cattedra stipendiata di astrologia, nei cui termini era compresa l’astronomia, risulta essere attiva a Bologna sin dal 1334. 
Nella cosmologia vedica i calcoli astrologici tenevano conto di molteplici parametri poi semplificati dall'Astrologia occidentale e che invece nei Veda costituivano una scienza esatta chiamata Jotish o Astrologia karmica come la conosciamo noi oggi. Essa prendeva in considerazione oltre ai consueti pianeti Marte, Giove ecc.. anche dei due non pianeti Rahu e Ketu. Rahu è considerato il nodo lunare nord o testa del dragone mentre Ketu è il nodo lunare sud o coda del dragone. Sono considerati i pianeti “ombra” o “secondari” che rappresentano i punti in cui l’orbita dell’equatore celeste (eclittica) interseca l’orbita della Luna. Sono i punti in cui si formano le eclissi. Per questo sono importanti nell'interpretare i pianeti natali e si racconta la loro storia nei miti cosmologici vedici. Il saggio Durvasa mentre girovagava sulla terra incontrò una ninfa dell’aria e le chiese la ghirlanda di fiori che aveva al collo. Ella acconsentì e il saggio quindi incontrò Indra, il capo degli dei, alla guida del suo elefante Airavata. Durvasa allora gli gettò la ghirlanda come omaggio, lui l'afferò e la pose sulla testa dell’elefante, che irritato dal profumo dei fiori, prese la ghirlanda con la sua proboscide e la gettò a terra. L’azione dell’elefante scaturì la collera di Durvasa che lanciò una maledizione ad Indra dicendo: ”Così come la ghirlanda e’ stata fatta cadere a terra , anche Indra cadrà, perdendo il dominio dei tre mondi”. A nulla servì la richiesta di perdono al saggio, supplicandogli di annullare la maledizione, il saggio lo ignorò e proseguì il suo cammino. Indra con il suo esercito degli dei, incominciarono a perdere colpi nella  continua battaglia contro i demoni o Asura e persero il controllo dell’universo. Gli dei per proteggersi andarono a chiedere aiuto a Brahma, il quale li indirizzò da Vishnu. Vishnu rispose di convincere i demoni a un'alleanza, allo scopo di estrarre il nettare dell’immortalità Amrita dall’Oceano di latte per poi condividerlo. Vishnu avrebbe fatto sì che l’Amrita fosse bevuto poi solo dai Deva. Informarono gli Asura, che allettati da tale proposta accettarono senza esitare e iniziò la zangolatura dell’Oceano di latte. I demoni tiravano la coda del serpente Vasuki che stava nell'Oceano mentre gli dei lo tiravano dalla testa.
L’uso alternato delle due forze avrebbe così agitato l’oceano ed estratto l’Amrita con il vaso dove era contenuta da Dhanvantari, la divinità associata all Ayurveda, e gli Asura lo rubarono. Vishnu prese le sembianze di una donna affascinate chiamata Mohini, e seducendo gli Asura si riappropriò del vaso. Mohini quindi andò dagli dei per far mangiare loro l’Amrita. Un Asura di nome Svarbhānu, di nascosto si infiltrò per rubare il nettare che Mohini stava distribuendo, ma il Sole e la Luna  lo notarono e avvertirono Vishnu/Mohini, che lo tagliò in due. Però l’Asura aveva ormai mangiato il nettare ed era divenuto immortale, maledisse il Sole e la Luna per averlo scoperto e da allora sia Rahu, la Testa dell’Asura, sia il resto del corpo dell’ Asura o Ketu periodicamente oscurano il Sole e la Luna provocando le eclissi.
Le funzioni simboliche della testa senza corpo di Rahu sono legate al fatto che tende a “mangiare” senza mai saziarsi, mentre il corpo senza testa tende a cercare senza poter vedere. Ketu indica ciò che siamo riusciti ad ottenere in passato e ora, in questa esistenza non desta il nostro interesse. Ketu spesso indica la fine di un ciclo karmico. Rahu indica ciò che ci ossessiona in questa esistenza e che fatichiamo ad ottenere, e anche se la otteniamo, non ci soddisfa. Rahu indica l’inizio di un ciclo karmico ed è la forza che ci rende incarnati, che ci ha fatto nascere, che ci proietta verso la materialità.

 Cosmologia 3



Il cinghiale è considerato animale sacro dai Druidi e adorato per i suoi poteri e forza. Oggi, invece, quando ci imbattiamo in un animale siffatto o lo vediamo ritratto in qualche foto di facebook, ci possiamo persino spaventare immaginando di poterci trovare a poca distanza da lui, perché chi vive come noi in città, o vicino alle metropoli, ha perso il contatto e la conoscenza della Natura. Il dio greco della guerra Ares si era trasformato nell'ungulato per fuggire dalla guerra in corso tra gli dei dell’Olimpo e i Titani ed evitare così lo scontro con il terribile gigante Tifone. Questo dimostra la grande forza dell'animale, che in molti ambiti può destare dubbi di coabitazione con gli umani, grufolano sui campi coltivati, attraversano la strada, entrano nei centri urbani e li si incontra durante passeggiate ed escursioni. Certamente la caccia non è una soluzione, anzi, molti biologi evidenziano come dove la pressione venatoria è più alta i cinghiali femmina iniziano a partorire in età precoce, infatti questi animali vivono in società matriarcali, dove recenti studi hanno evidenziato come un feromone, emesso dalle “matrone”, blocca l’estro delle femmine più giovani. L’attività venatoria, compromettendo l’equilibrio dei gruppi, lasciandoli quindi senza le “matrone”, favorisce l’estro delle femmine più giovani che iniziano subito a riprodursi, anche due volte all’anno.

A parte che la soluzione passa, invece, per i metodi ecologici di contenimento, la fauna selvatica per legge può essere abbattuta solo se l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) verifica l’inefficacia dei metodi ecologici.
Ciò non toglie che anche nella Cosmologia vedica il cinghiale divenga un simbolo divino capace di grandi cose. A quando risale questa storia? Bisogna pensare che la concezione del tempo nei Veda spesso sfida le visioni convenzionali della storia umana, le scritture vediche parlano di storie molto antiche, precedenti alle glaciazioni e ancora a molto tempo addietro ... il tempo non è solo lineare, ma può essere considerato anche come circolare e ciclico. La Natura stessa ha dei cicli di esistenza, mantenimento e dissolvimento e ci sono dei cicli cosmici negli esseri viventi e nell'universo. Le ere nella Cosmologia vedica si chiamano Yuga, ce ne sono quattro di principali e poi ci sono i grandi cicli o grandi ere che le contengono. Le caratteristiche psico-fisiche delle popolazioni cambiano a seconda della mentalità dell'era, ora ci troviamo in Kali Yuga e le persone vivono al massimo cento anni. Kali Yuga inizia nel 3102 a.C. circa e contiene una sottoera dell'oro considerata transitoria, che durerà diecimila anni, per poi riprendere con l'età della decadenza e in sequenze programmate di cicli e sottocicli che porteranno all'ennesima dissoluzione.
Torniamo ora all’inizio della creazione narrata dai Veda, quando un minuscolo cinghiale bianco uscì dalla narice di Brahma, e prima che lui potesse accorgersene, il cinghiale espanse il suo corpo nel cielo nella dimensione di un grande elefante. All’inizio Brahma rimase stupito, ma poi capì che si trattava di un'incarnazione divina. Il frastuono del grugnito dell’incarnazione cinghiale piacque a Brahma che si sentì rassicurato dal fatto che avrebbe risolto tutti i suoi problemi.
Tuffatosi nelle acque tumultuose, Varaha cercò il pianeta Terra con grande irruenza, fino a terrorizzare l’Oceano stesso. Trovatolo dove i pianeti cadono durante la devastazione, lo risollevò dalle acque e lo ripose nella sua posizione naturale. Durante ogni ciclo di devastazione Varaha tornò ancora per la stessa ragione e in più uccise il demone Hiranyaksha che aveva causato la caduta del pianeta. In quell’occasione Varaha avrebbe assunto il colore rosso.
La seconda incarnazione nella forma di cinghiale si manifestò per uccidere il demone Hiranyaksa, nato dalla progenie atea di Diti, fratello del demone Hiranyakasipu.
La storia narra che Hiranyaksa si tuffò nell'Oceano e nuotò fino alla dimora del dio delle acque Varuna, per combattere contro di lui. Varuna si rifiutò di combattere e lo consigliò invece di affrontare il Signore Visnu e fu proprio allora che il cinghiale bianco Varaha aveva tratto in salvo la Terra dall’Oceano. Alla vista del pianeta terra che posava sulle zanne del Signore Varaha, Hiranyaksa, pieno di risentimento, lo rimproverò di essere come un animale anfibio e minacciò di ucciderlo se non avesse subito restituito la Terra. Varaha balzò fuori dall'acqua e inseguito dal demone posò la Terra sull'acqua e rispose: “O vanaglorioso Hiranyaksa, sono veramente un cinghiale selvatico, smettila di parlare in modo così borioso e vincimi se puoi”.
Hiranyaksa si agitò come un cobra e attaccò Varaha con la sua mazza, ma lui si schivò facilmente. Entrambi si colpirono ripetutamente a vicenda, e anche entrambi schivarono abilmente i colpi del nemico, facendo perdere sangue ad entrambi. Ogni ferita aumentava la loro collera. Visto che la potenza del demone aumentava la sera, Brahma chiese a Varaha di ucciderlo con la mazza colpendolo al mento. Il demone resistì e allora Varaha con il disco Sudarsana lo colpì a morte. Hiranyaksa colpì con il pugno l’ampio petto di Varaha prima di morire, ma non sortì alcun effetto, allora ricorse alla magia, creando con l’illusione demoni, temporali, venti impetuosi, nuvole minacciose e un diluvio di macigni, ma il disco Sudarsana dissipò queste magie. Hiranyaksa allora provò a stritolarlo e poi tentò un ultimo assalto, ma venne colpito alla base dell’orecchio e annaspò con gli occhi sporgenti che gli uscivano dalle orbite e cadde al suolo come un albero sradicato. 
I grandi saggi hanno glorificato le gesta di Varaha e asserito che la sua pelle è identica agli inni vedici, i suoi peli del Suo corpo come l'erba dei rituali vedici, lui stesso è visto come un sacrificio vedico.


 Cosmologia vedica 2 



Nella Cosmologia vedica si narra che l'universo materiale si trova all'interno di sfere più grandi, e si dice che “tutti gli universi sono raggruppati insieme e sembrano un’enorme agglomerato di particelle” (Shrimad Bhagavatam 3.11.41), inoltre “ci sono innumerevoli universi oltre al nostro e, benché siano estremamente estesi, si muovono come atomi” (Shrimad Bhagavatam 6.16.37). In innumerevoli passi si afferma anche che il pianeta Terra è solo uno dei tanti pianeti, cosa che ipotizzarono successivamente anche i filosofi greci Democrito ed Epicuro e il filosofo italiano di Nola Giordano Bruno.
Per conoscere la realtà abbiamo due principali strumenti a disposizione: pramana e phala. Il metodo che utilizza il pramana ricorre a tutto ciò che i nostri sensi possono percepire, vedere e capire, mentre quello del phala riguarda una dimensione che non si può comprendere, che non si può percepire. Queste informazioni che riceviamo dai Veda sono spiegazioni perfette e necessarie per farci capire che noi adesso sulla terra stiamo affrontando una dimensione phala, una dimensione che i nostri sensi non possono comprendere in quanto limitati, ma che comunque esiste. Le conclusioni logiche portano ad affermare che esiste una fonte d'intelligenza comune a tutte le cause. Secondo il padre dell'astrologia vedica Parashara Muni occorre conoscere la struttura dell’universo e come è avvenuta la creazione, perché da tale conoscenza si ottiene una grande benedizione. Ogni cosa ha un suo principio, se cerchiamo l’origine di qualsiasi cosa, anche la più semplice e la più ordinaria, notiamo che essa risiede sempre in una fonte d’intelligenza. 
In tutto il mondo ci sono diverse scritture e filosofie che spiegano come avvenga l'origine del mondo, e questo fa anche la Bibbia. Nei Veda, e in particolare nel Vishnu Purana, viene spiegato molto bene il processo della creazione dell'universo materiale che è quello che riguarda la materia di tutto ciò che è visibile. Parashara Muni, grande astrologo e astronomo, asserisce che l’intera manifestazione universale è l’ottava parte della manifestazione totale del tutto formato dal visibile e dall'invisibile. Quindi in questo mondo materiale c’è una parte percettibile all’occhio umano e una parte che è impercettibile. 
Nella natura materiale devono sussistere tre processi che si avvicendano ciclicamente: il processo della creazione, quello del mantenimento e infine quello della distruzione. Ciò che si trova in questo mondo materiale deve pertanto per forza nascere, continuare per un certo periodo di tempo e poi deve essere distrutto e annichilito. Nei Veda secondo una prospettiva verticale la Terra è al centro della creazione materiale. La Terra, che rientra nella parte visibile, è chiamata Bhurloka. Sempre nella parte visibile, quella che noi come esseri umani possiamo vedere, vi sono altre due dimensioni: Bhuvarloka e Svargaloka. La parte non visibile dei mondi superiori è rappresentata da Maharloka, Janarloka, Taparloka e Satyaloka, dimensioni che l’occhio umano non può percepire. In altre parole, noi che stiamo sulla Terra possiamo percepire solo queste tre dimensioni: Bhurloka, la Terra, Bhuvarloka, il nostro sistema solare, e Svargaloka, le galassie e le stelle. La parte non visibile dei mondi sotterranei è rappresentata da Atala, Vitala, Satala, Rasatala, Talatala, Mahatala e Patala.
Parashara Muni sostiene che per analizzare il karma di una persona si debbano analizzare le posizioni dei pianeti alla nascita dal Sole fino a Saturno, cioè i pianeti Sole, Luna, Venere, Mercurio, Marte, Giove e Saturno. Nell'astrologia vedica non vengono presi in considerazione Urano, Nettuno e Plutone, che sono pianeti esterni. Inoltre sono importanti anche le posizioni dei nodi lunari, Rahu e Ketu. Per riuscire ad analizzare la vita spirituale e il passato e presente di una persona attraverso la carta natale astrologica ci si avvaleva dell'astrologia karmica o vedica, che usava dei metodi perfetti di calcolo astronomico da applicare all'analisi dell'esistenza di una persona per previsioni e interpretazioni che venivano affidate all'antico psicologo.
Nei primi canti dello Shrimad Bhagavatam si parla del processo di creazione vedico suddiviso in maha kalpa, il quale avviene attraverso la respirazione di Vishnu, che crea tutti gli elementi e strumenti creatori, avikalpa o creazione e dissoluzione degli elementi materiali o kalpa. Prima della creazione, il caos primordiale indifferenziato o mahat tattva copre una parte del mondo spirituale, come una nuvola copre la pura coscienza e da lì germina l'intera creazione. Dal mahat tattva si manifestano gli elementi materiali come mente, intelligenza, falso ego, i sensi, i cinque elementi e il corpo materiale. La natura materiale è la causa del corpo e dei sensi, mentre i sentimenti sono trascendentali e provengono dall'anima spirituale.
Durante la creazione primaria il mahat tattva, letteralmente dal sanscrito grande verità, che corrisponde all'Intelligenza Divina o alla Mente Cosmica, riflette l'unica realtà della conoscenza universale. Nella creazione secondaria il Mahat genera manas  la mente e comunque fin dall'inizio contiene tutti gli ingredienti della manifestazione materiale, incluse le anime condizionate. E' il medium naturale tra il puro spirito e l'esistenza materiale. Gli esseri viventi, con i loro desideri e falso ego, sviluppano determinati sensi che coprono la loro vera identità spirituale. Con il processo dello yoga si realizza il proprio vero sé rendendosi independenti dalle grinfie di Maya o illusione.  
Nella filosofia sankhya il mahat-tattva è la forma totale dell'energia materiale che contiene tutta la realtà, la genera e la trasforma. 

 Cosmologia vedica 1




La cosmologia vedica rappresenta geograficamente i mondi, i pianeti e il nostro universo su diversi livelli di conoscenza e di comprensione. Descrive in maniera piuttosto accurata lo spazio e il tempo con una mappa che potete trovare nei testi sacri dei Veda e dei Purana, i quali hanno custodito fino ad oggi la conoscenza antica e l'hanno adattata nella forma e semplificata. Per fare un esempio nel Quinto Canto del Bhagavatam si racconta la base fisica di innumerevoli universi e l'impianto psicologico e ontologico sotteso che ne amplia la visione mondana. Si tratta di una geografia dell'anima dove ogni universo è contenuto in un guscio sferico che è circondato da strati diversi di materia elementare i quali segnano il confine tra lo spazio materiale limitato e il mondo spirituale illimitato. La materia elementare è formata dai cinque elementi: terra, acqua, fuoco, aria ed etere chiamato anche il quinto elemento. La quintessenza racchiude tutti gli altri elementi.
Chi ha creato i mondi? Secondo la letteratura classica indiana antica, Vishnu ha creato tutto quello che esiste e suddiviso il cielo in visibile e invisibile. Possiamo pensare alle costellazioni, come a una mappa stradale per l’anima che viaggia dopo la morte. Per prima cosa descriviamo la mappa vedica, per descriverla bisogna introdurre qualche idea base di astronomia. Le regioni che le anime migranti raggiungeranno in accordo al loro karma correda ciò che viene chiamato "La dottrina della  trasmigrazione dell'anima", teoria già presente in molte delle tradizioni delle civiltà antiche e perdute. Gli antichi greci, che noi in parte conosciamo, spiegavano con la filosofia la dottrina della metemsomatosi, il viaggio compiuto  dall'anima che viaggia da corpo a corpo, tra le vite, a seconda delle azioni compiute, virtuose o meno. In generale questa teoria è solo un accenno parziale della teoria vedica più ampia e completa che veniva rivelata agli iniziati della scuola d'Oriente.
L'anima è come un microcosmo, l'essere vivente, umano ha una comprensione relativa, e il suo essere al mondo si collega al macrocosmo astronomico come si collegherebbe alla ruota di un carro. Chi ne è il cocchiere? Cosa rappresentano i cavalli che trainano il carro? Nel mito platonico della caverna e della biga alata non viene spiegato tutto nei particolari, ma troviamo parecchi richiami storici anche ai cinque elementi e alla filosofia vedica che però venivano spiegati a voce dal/dalla maetro/a, come da tradizione secondo i canoni educativi la conoscenza vedica era trasmessa principalmente a livello orale ad personam.
Nei Veda ci sono numerosi riferimenti astronomici di stelle e pianeti e di relative misure con cui orientarsi. Gli studenti li apprendevano con una metrica poetica apposita per memorizzarli bene, ma non ci è dato sapere come siano state effettuate le stime. In Cosmologia vedica si afferma che gli scienziati moderni leggono la volta celeste e l’universo con l’aiuto di sofisticate strumentazioni, mentre nell’antichità i/le veggenti indiani/e o Rishi, la comprendevano attraverso la meditazione e i calcoli matematici.
Il diametro del fenomeno cosmico viene valutato essere di 6.440 milioni di chilometri, la terra si estende per circa 130 milioni di chilometri, e si descrivono degli strati sottili che la circondano formati rispettivamente di fuoco, di luce, di aria e di etere (Shrimad Bhagavatam 2.2.28). Tecnicismi a parte, la domanda che sorge è come sia stato possibile raggiungere questi calcoli senza la strumentazione che abbiamo noi oggi? Se confrontiamo queste misure con le nostre possiamo vedere infatti che esse corrispondono, anche se la visione del mondo è assolutamente diversa. Per esempio la copertura dell'universo si dice situata a 260.000.000 yojana (3.347.448.000 chilometri) dal Sole (Shrimad Bhagavatam 5.23.9) dove 1 yojana sono 12,8 chilometri, la Luna è posta a 100.000 yojana oltre i raggi del Sole, poi a 200.000 yojana vi sono delle stelle e oltre queste stelle c'è Venere. Dopo Venere a 200.000 yojana, c'è Mercurio, successivamente a 200.000 yojana si trovano Marte, poi Giove e poi Saturno. Al di là di Saturno vi è un gruppo si sette stelle che circondano Dhruvaloka, la stella fissa che è la dimora del Signore Vishnu all'interno di questo universo (Shrimad Bhagavatam 5.22).
Comparando le idee vediche che riguardano il tempo, con idee simili di tante altre culture in tutto il mondo, si evince che la maggior di esse parte abbiano basi comuni, un comune denominatore di partenza, pensiamo alla cultura cinese e a quella giapponese, ma non solo, che parlano anch'esse dei cinque elementi, tutte hanno qualcosa in comune con il pensiero vedico che però ci è arrivato più integro e completo. I ricercatori suggeriscono pertanto che sia esistita un’unica tradizione globale nel mondo testimoniata dai frammenti residui in molte culture. Lo studioso tedesco Franz Boll stabilisce un stretta relazione tra le tradizioni dei greci e quelle dei babilonesi. In accordo alle sue analisi, il dio babilonese Dikud, il giudice dell’Ade, corrisponde alla stella Theta Opphiuchi che è vicinissima a un punto menzionato nelle scritture antiche, che indica l’inizio del sentiero vedico dei Pitri. Boll dice che i testi si riferiscono a questa stella, come l’inizio del sentiero che porta a sud della volta celeste.  Nei Purana queste memorie compaiono in modo dettagliato e per noi è un po' come fare un salto nel passato per recuperare la nostra storia.
La creazione vedica del mondo materiale è personale e vi viene descritto un angolo del mondo spirituale speciale o brahmajoti dove a volte appare una nuvola, e la porzione coperta dalla nuvola è chiamata mahat-tattva. Vishnu si sdraia nell'acqua del mahat-tattva, conosciuta col nome di Oceano Causale e mentre dorme crea innumerevoli universi con il respiro. Entra poi in ognuno di questi universi e genera Brahma, il quale crea tutte le forme di cui dovranno rivestirsi gli esseri individuali, secondo i loro desideri (creazione secondaria). Egli crea anche il Sole, la Luna e altri esseri celesti (Shrimad Bhagavatam 2.5.33).
I cinque elementi sono elementi sottili che si collegano al mahat-tattva dunque non sono visibili ai nostri occhi e non si possono fotografare da strumenti o apparecchiature sofisticate ad alta definizione. Si potrebbe dunque concludere che qualunque tipo di scienza umana è limitato in qualche modo dagli strumenti che usa. I sensi sono collegati alla mente e la mente può proiettare immagini nelle percezioni, spesso vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere e non ciò che c’è veramente di fronte a noi. La saggezza vedica indica l’esistenza di una civiltà tutt’altro che primitiva incentrata su pratiche spirituali yogiche. Questa tradizione olistica mette in relazione tutti i campi del sapere e afferma i valori della vita e li integra in modo armonico con il nostro sapere. Spesso la conoscenza scientifica si rivolge soprattutto agli agi materiali del corpo che è inesorabilmente destinato alla distruzione, mentre è la dimensione spirituale a caratterizzare il vero progresso di una civiltà. I Veda che presentano dialoghi e racconti filosofici trasmettono informazioni di carattere scientifico sempre validi se inseriti in un contesto più ampio di epistemologia globale di crescita e sviluppo dell’individuo.


lunedì 1 novembre 2021

 La tecnica yogica di ripetizione del mantra



 
Ci sono molte pratiche nello yoga che sono poco conosciute in Occidente, tra quelle più significative c'è la ripetizione del mantra che aiuta a concentrare la mente su un suono. Questo suono vibra a seconda della capacità che ha la persona di essere consapevole e mantenere la mente in uno stato tra gli stati, cioè a un livello di non attività e non passività, un livello cosiddetto intermedio che porta, con una certa costanza, alla pratica alla meditazione. Tra i vari mantra il più noto è la OM, che si recita solitamente prima di ogni rito. Esso è un mantra di base che serve per tutti gli altri e per questo viene chiamato anche pranava o primordiale. Il suo simbolo è un elefante stilizzato, animale capace di rimuovere gli ostacoli. Il mantra Om non è formato da due lettere ma in realtà da una sequenza di vocali, A E I O U alle quali poi alla fine si inserisce quella che noi chiamiamo consonante M, e a livello contratto viene presentata come sillaba sacra di un suono silente che si usa tra un mantra e l'altro. Esso apporta benefici mentali, fisici e spirituali, aiuta la concentrazione, la creativi e la consapevolezza. La parola mantra deriva dal sanscrito manas, significa mente e traya che significa liberare. Altri mantra famosi sono quelli per ogni pianeta astrologico, per la terra, per saturno, per giove e così via. Poi ci sono dei mantra per ogni chakra, centri sottili del corpo, ad esempio il mantra di Muladhara è LAM, quello di Svadhisthana VAM e quello di Manipura RAM, dato che consistono in un'unica sillaba sono considerati bija o mantra seme. Poi c'è il l'Om Namah Shivaya rivolto al dio Shiva e il Gayatri, un mantra vedico, che i brahmana cantano tre volte al giorno, la mattina, a mezzogiorno e alla sera e recita Om Bhur Bhuvah Svaha/Tat Savitur Varenyam/Bhargo Devasya Dheemahi/Dhiyo-yo nah Prachodayat. I mantra vengono ripetuti un numero dispari di volte, per la capacità assertiva della natura di dispari, nella posizione seduta o a gambe incrociate con gli occhi socchiusi, la respirazione deve essere costante e regolare in modo da sincronizzare la mente con l'emissione dell'aria e l'organo fonatorio. L'importante è rimanere consapevoli. Per i praticanti avanzati si consiglia di usare il japa che è una sorta di rosario formato da 108 perle. 

Il Rg veda attribuisce al mantra una funzione evocativa personale nei confronti della divinità alla quale ci si rivolge. Non può essere appreso da un libro ma da un Guru o maestro di yoga con un rito di iniziazione. Alcuni mantra hanno un significato letterale e possono anche essere tradotti, ma la maggior parte di loro si attiva proprio grazie alla qualità del suono e a come vengono pronunciati, con quale attitudine e intenzione e come lo si auto-ascolta fa la differenza per purificare, pacificare e trasformare il cuore. L'effetto che dà è che sostituisce i nostri discorsi interiori che sono la maggior parte del pensiero cosciente per la maggior parte delle persone. La sua natura ritmica permette di superare condizionamenti psicologico-sociali che sono quelli della frequenza radio e televisiva. La pronuncia e l'intonazione sono importanti, può essere sussurrato, recitato ad alta voce o semplicemente ripetuto nella mente.
Le diverse esecuzioni dello stesso mantra determinano effetti psico-fisiologici diversi. Cantando a voce alta e respirazioni profonde si innalzano progressivamente i valori della pressione, mentre all'opposto se lo si canta sottovoce e con respirazione addominale lenta allora si riducerà l'innalzamento eccessivo della pressione arteriosa, sia quella sistolica che diastolica. Dunque il soggetto varia il tipo di respirazione a seconda dello stato mentale di quel momento. Si associa spesso a un mudra o posizione delle mani che stimola alcuni punti dei canali energetici del corpo. Un esempio famoso di mantra nella tradizione ortodossa cristiana della chiesa d'Oriente è quella del Pellegrino russo, che nell'opera omonima recitava incessantemente "Signore abbi pietà di me". 
In sanscrito le lettere matrika o "simboli madri" si associano con le simboliche sementi per formare una monosillaba capace di attivare certe particolari zone del corpo sottile umano, esse agiscono nella fisiologia sottile. Nei testi sacri Purana si menzionano alcuni tipi di mantra che erano utilizzati per materializzare i brahmastra, leggendaria armi nucleari usate dai brahmana che erano indistruttibili e invincibili. Era un'arma quasi soprannaturale per antonomasia, da astra che significa arma creata dal dio Brahma, capace di annientare interi eserciti perché non può essere fermata in nessun modo e serve ai guerrieri per difendere l'ordine e la giustizia. La sua potenza è devastante da provocare morti e danni sull'ambiente, viene citata ad esempio nel Ramayana nell'ultima battaglia contro il demone Ravana.  
Il mantra consigliato nell'era che stiamo attraversando del Kali yuga, era del ferro, è il maha mantra Hare Krishna o mantra supremo che ci libera da tutte le ansietà del mondo materiale: Hare Krishna/Hare Krishna/ Krishna Krishna Hare Hare/Hare Rama/Hare Rama/Rama Rama Hare Hare. Nel Narada pancaratra è detto che tutti i metodi di  realizzazione spirituale sono riassunti in questo mantra, dove Krishna vuol dire "Colui che attrae tutti", Rama significa "Colui che dà piacere a tutti" e Hare è l'energia devozionale del Signore Supremo. Quindi il maha mantra Hare Krishna significa "Oh Signore che attrai e dai piacere a tutti, o energia del Signore, Ti prego impegnami nel Tuo servizio di devozione". E' una specie di meditazione che deriva dalla contemplazione del nostro essere o falso ego e che ha bisogno di tempo e costanza per essere realizzato come verità o anima. 


Quando lo recitiamo sul japa o mala ci connettiamo con la purezza della gioia eterna, il nostro cuore si libera e diventiamo leggeri "Semplicemente cantando il maha mantra uno può ottenere la perfezione nella realizzazione del Sé" (Vishnu Purana 6.2.17). Questo è il mantra della devozione pura e disinteressata.
In realtà non esistono regole rigide su quando e dove recitare il maha mantra, lo si può cantare in qualsiasi momento e ovunque, quando ad esempio ci sentiamo angosciati o per sentirci meglio, in ogni caso al mattino presto e la sera sono le ore più indicate per il canto. La posizione classica è quella seduta nella posizione a gambe incrociate con la colonna eretta oppure camminando, gli occhi possono essere chiusi o aperti, non resta che provare!  
Per molti secoli il mantra è stato fatto vibrare come suono trascendentale per liberare la mente ed oggi non ha bisogno di conoscenze o qualifiche particolari, perché deriva dalla piattaforma spirituale che purifichi il nostro cuore per tutte le nefandezze commesse in molte vite. Non può essere una pratica imposta, ma viene assunta come pratica di consapevolezza della propria posizione di essere umano senziente che vuole elevarsi dall'attaccamento dei sensi della vita materiale. Si tratta dunque di una richiesta di protezione trascendentale.
Leggiamo alcune parti dal diario di un monaco per aiutarci a capire l'essenza della pratica: «Chiudendo gli occhi mi immersi nel canto senza fine dell'Om, la melodia del fiume. Era semplicemente meraviglioso. Sentivo che stava accadendo qualcosa di straordinario. In quel momento sentii qualcosa che sembrava salire dalle profondità del cuore di Madre Gange. Migliaia di voci celestiali in coro recitavano un lento e incantevole canto che sembrava risuonare per tutta la valle (il maha mantra). La recitazione del maha mantra divenne parte integrante delle mie preghiere» (tratto da "Ritorno  a casa" di Radhanath Swami). In questo libro si parla della vita di un monaco che incontra nel suo viaggio verso lo yoga molte persone comuni e straordinarie di tante  tradizioni religiose. Grazie ai preziosi insegnamenti e al luminoso esempio del suo maestro ha avuto accesso a rivelazioni mistiche che gli hanno trasmesso la forza per proseguire nel suo cammino spirituale. Il suo maestro, che da giovane era stato attivamente coinvolto nel movimento indipendentista di Mahatma Gandhi per la difesa della cultura indiana dal dominio inglese, abbracciò poi l'ordine di rinuncia e portò il maha mantra in Occidente facendolo conoscere in tutto il mondo.
Dunque non ci sono limiti alla recitazione del mantra, ognuno può provarlo per provare i suoi benefici effetti. Suono e materia sono due aspetti complementari della stessa realtà come forme lucenti all'interno del nostro essere. Dona sonorità viva alla voce ed è pronto a germogliare nell'universo esterno quello che risulta all'interno come una porta invisibile tra il fuori e il dentro della nostra percezione coscienziale. Costituisce l'essenza profonda dell'anima vibratoria come nella seguente storia del Ramayana, il poema epico più antico dell'India, quando il re Rama cerca la moglie Sita che si trova nell'isola di Sri Lanka trasportata lì dal demone Ravana. Allora per raggiungerla il re delle scimmie Hanuman, suo alleato, chiamando ogni pietra "Rama" la getta nel mare facendola galleggiare e permettendo a Rama di raggiungere la sua consorte e riportarla a casa nel più breve tempo possibile.  
 


Elementi di cosmologia vedica, viaggi analogici tra microcosmo e macrocosmo

La mia opera Cosmologia vedica raccoglie alcuni pensieri, racconti e aforismi sottoforma diaristica attraverso il metodo autobiografico. Ci sono poi delle parti teoriche dello yoga e al termine ci sono anche un glossario e delle appendici utili alla consultazione. Si tratta di circa 74 pagine, ben corredate da schemi e note a piè di pagina, editi dalla tipografia triestina ed editori associati.
In Cosmologia vedica si afferma che gli scienziati moderni leggevano la volta celeste e l'universo con l'aiuto di sofisticate strumentazioni, mentre nell'antichità i veggenti indiani o Rishi li scoprivano attraverso la meditazione e i calcoli matematici. Si cita l'opera Shrimad Bhagavatam, opera che risale a cinquemila anni fa, come uno dei libri di riferimento perché vi si parla del cosmo e del pianeta terra con le azioni di alcuni personaggi secondo una visione geocentrica. Si narra che l'universo materiale si trova all'interno di sfere più grandi, rappresentate come dei gusci. I livelli di conoscenza che ne dà sono diversi, nel quinto canto si racconta di innumerevoli universi, oppure nel terzo canto si dice che “tutti gli universi sono raggruppati insieme e sembrano un’enorme agglomerato di particelle” (SB 3.11.41), inoltre che “ci sono innumerevoli universi oltre al nostro e, benché siano estremamente estesi, si muovono come atomi” (SB 6.16.37). Infine in innumerevoli passi si afferma che il pianeta Terra è solo uno dei tanti pianeti, cosa che ipotizzarono anche Democrito, Epicuro e Giordano Bruno.



Domanda: Qual è il messaggio dell'opera?
Risposta: E' un'opera di carattere polisemantico, in cui ho voluto inserire messaggi di pace, di creatività e di speranza in un quadro universale che promuove le cose e le disegna con uno sforzo educativo, culturale e artistico personale per raggiungere un'armonia conoscitiva tra le diverse culture e arti.

Domanda: Qual è l'origine del cosmo?
Risposta: Esiste una fonte d'intelligenza, secondo il padre dell'astrologia vedica Parashara Muni occorre conoscere la struttura dell’universo e come è avvenuta la creazione, perché da tale conoscenza si ottiene una benedizione. Ogni cosa ha un suo principio. Se cerchiamo l’origine di qualsiasi cosa, anche la più semplice e la più ordinaria, notiamo che essa risiede sempre in una fonte d’intelligenza. 

Domanda: Quali sono gli strumenti di conoscenza?
Risposta: Abbiamo due principali mezzi di conoscenza: pramana e phala. Pramana riguarda tutto ciò che i nostri sensi possono percepire, vedere e capire, phala riguarda una dimensione che non si può comprendere, che i nostri sensi non possono percepire. Dai Veda riceviamo informazioni a livello pramana e a livello phala. Adesso noi sulla terra stiamo affrontando una dimensione phala, una dimensione che i nostri sensi non possono percepire in quanto limitati, che però non per questo non esiste. 

Domanda: Potresti fare un esempio?
Risposta: L’aquila vede 200 volte di più di un essere umano, l’olfatto di un cane è più sviluppato di quello degli uomini. Noi vediamo che il corpo nasce, si mantiene per un periodo e poi sparisce. Questa impressione, che promana dal nostro corpo, ci fa ritenere che tutto ciò che esiste debba nascere, mantenersi e poi sparire e non ci consente di comprendere il concetto di eternità che riguarda lo spirito.

Domanda: Come avviene il processo di creazione vedico?
Risposta: In tutto il mondo ci sono diverse scritture e filosofie che spiegano il processo della creazione, come fa la Bibbia. Nei Veda, soprattutto nel Vishnu Purana, viene spiegato molto bene il processo della creazione dell'universo materiale. Parashara Muni dice che l’intera manifestazione universale è l’ottava parte della manifestazione totale del tutto. Quindi in questo mondo materiale c’è una parte percettibile all’occhio umano e una parte che è impercettibile. 

Domanda: C'è un aspetto più tecnico della creazione vedica?
Risposta: Da Brahma nascono gli universi e diversi semidei, vari controllori degli elementi materiali. Nella natura materiale devono sussistere tre processi: il processo della creazione, quello della manutenzione e quello della distruzione. Tutto ciò che si trova in questo mondo materiale deve nascere, si deve mantenere per un periodo di tempo e poi deve essere distrutto.

Domanda: che cos'è il karma?
Risposta: I Veda dicono che noi viviamo dentro una sola sfera celeste e quando l’anima riesce a uscirne ottiene la liberazione, perché è dentro di essa che si attivano la legge del karma di azione e reazione e della reincarnazione. 

Domanda: Qual è la differenza tra l'astronomia occidentale e quella vedica?
Risposta: Nei Veda secondo una prospettiva verticale la Terra è al centro. La Terra, che rientra nella parte visibile, è chiamata Bhurloka. Sempre nella parte visibile, quella che noi come esseri umani possiamo vedere, vi sono altre due dimensioni: Bhuvarloka e Svargaloka. La parte non visibile dei mondi superiori è rappresentata da Maharloka, Janarloka, Taparloka e Satyaloka, dimensioni che l’occhio umano non può percepire. In altre parole, noi che stiamo sulla Terra possiamo percepire solo queste tre dimensioni: Bhurloka, la Terra, Bhuvarloka, il nostro sistema solare, e Svargaloka, le galassie e le stelle. La parte non visibile dei mondi sotterranei è rappresentata da Atala, Vitala, Satala, Rasatala, Talatala, Mahatala e Patala. 

Domanda: Come si valuta il karma di una persona?
Risposta: Parashara Muni sostiene che per analizzare il karma di una persona si debbano analizzare le posizioni dei pianeti alla nascita dal Sole fino a Saturno, cioè i pianeti Sole, Luna, Venere, Mercurio, Marte, Giove e Saturno, accanto alle dimensioni Bhurloka, Bhuvarloka e Svargaloka. Nell'astrologia vedica non vengono presi in considerazione Urano, Nettuno e Plutone, che sono pianeti esterni. Inoltre sono importanti anche le posizioni dei nodi lunari, Rahu e Ketu.


Per ricevere una copia in formato pdf del libro Elementi di cosmologia vedica potete richiederlo al seguente indirizzo email: noumenoafvg@libero.it



Bharatam natyam, lo yoga del bel movimento

La donna ha praticato lo yoga fin dall'antichità e ha sviluppato forme e tecniche artistiche collegate ad esso. Con il teatro-danza ha potuto esprimere magnificamente i suoi sentimenti devozionali, attraverso il teatro, la musica e la danza ha lasciato un segno nel mondo con le sue creazioni personalissime e originali nella storia dell'umanità. La danza nelle religioni rappresenta una forma di preghiera che collega mente, corpo e spirito e la ripetizione di passi, gestualità e melodie cantate assieme ai passi genera uno stato di consapevolezza che genera facilmente uno stato di armonia con lo spazio e con la ricettività, sia per gli artisti che per gli spettatori. Nel teatro greco si parlava a ragione di "catarsi" e non ci sono parole per descrivere la bellezza dei movimenti femminili nel Bharatam natyam, nome che è stato attribuito alla fine dell'Ottocento in generale alla danza sacra indiana, i cui tratti precipui consistono in piccoli e graziosi movimenti del corpo, delle mani e degli occhi. Esiste un percorso storico preciso che ha unito danza e teatro con la musica, essi sono accomunati dal ritmo, dalla prosodia e dalla comunicazione nei popoli delle storie raccontate attraverso un'oralità, una gestualità universale e una mimica facciale interetnica. Per secoli le sacerdotesse danzatrici dedicavano la loro vita alla divinità studiando uno stile coreutico legato al loro territorio locale di usi e costumi tradizionali per poter poi identificarsi in un'unione sociale più ampia per un maggior benessere comune. Questa tipo specifico di danza indiana nasce nell'India meridionale ed è uno dei tipi classici di danza connessa allo yoga. E' uno dei tipi di danza classica più conosciuti al mondo, e si è sviluppato precisamente nel Tamil Nadu, dove si era guadagnato il mecenatismo della corte reale nel XVII secolo. Le pose della danza vengono spesso riprese nelle decorazioni di dipinti, fregi e figure degli antichi templi come asana senza tempo. Il suo significato etimologico deriva da alcune sillabe del sanscrito, infatti "Bha" significa espressione, "Ra" significa melodia e "Ta" ritmo, mentre la parola natya significa mimo o ballo con un aspetto drammatico caratterizzante, in cui prevale l'elemento metafisico del fuoco e le danzatrice sembrano quasi essere delle scintille.
Questa danza è detta anche "yoga in movimento", i passi disegnano una precisa armonia e stabilità nello spazio scenografico, il codice gestuale-espressivo racconta le storie legate all'epica indiana del Ramayana e del Mahabharata, sono storie che tutti i poeti sognano di raccontare. Ci sono anche ballerini uomini, essi non vengono discriminati, ma nella danza i movimenti maschili risultano essere più pesanti e meno richiesti nei ruoli principali, meno aggraziati nelle piroette, i ruoli maschili vengono richiesti in caso di guerre e duelli, altrimenti le parti vengono distribuite alle ballerine. Si tratta di un ballo di assolo o di gruppo per la maggior parte declinato al genere femminile, che celebra l'universo del creato dal punto di vista della donna, certo non solo, ma prevalentemente attraverso la bellezza di un corpo di una danzatrice donna. Il costume che essa indossa è molto bello e colorato di rosso, il colore delle spose, è arricchito da gioielli e perle sgargianti che adornano orecchia, naso, collo, testa e capelli. L'abbigliamento prevede un sari aderente composto da un tessuto pieghettato che cade in avanti tra le gambe, quasi come fosse un ventaglio che si apre e si richiude nello scintillio delle luminoso dei piccoli specchietti cuciti sul vestito. Il trucco convenzionale segna gli occhi di nero e la bocca di rosso. Completano il quadro una o più cavigliere con i sonagli.

Le origini della danza indiana risalgono a circa 2500 anni or sono, ci sono testimonianze che si trovano nelle pitture parietali, nelle incisioni e anche nelle sculture provenienti dagli  scavi di Mohenjo Daro che si trova oggi nella zona del Pakistan, ci sono documenti letterari che ne dimostrano l'esistenza soprattutto nel Natya Sastra (da Natya arte scenica e Sastra insegnamento). La danza racconta il senso della nostra vita e diviene la prima rappresentazione al di là delle lingue e dei credo religiosi, essa è apprezzata per la bellezza come forma artistica in sé e forma estetica che rappresenta il nostro quotidiano interiore migliore, da cui prender insegnamento, con un insieme di personaggi umani, divini, demoniaci e animali, che con le loro sfaccettature, con le loro liti, sentimenti e passioni partecipano alla danza della vita. L'eroina è il personaggio che rappresenta il Sé individuale e le melodie ne rievocano e sottolineano gli aspetti devozionali, dove la danzatrice cerca il suo diletto, il suo Sé divino o universale che la completa nell'essenza. La danzatrice usa dei movimenti del corpo e dei movimenti particolari delle mani chiamati mudra, che vengono raggruppati in due principali categorie, mudra che vengono fatti con una mano (ce ne sono circa 32) e mudra che vengono fatti con due mani (ce ne sono circa 23). Sulle unghie vengono incollate lunghe unghie rosse finte e sui palmi delle mani vengono dipinti dei grandi punti rossi per mostrare i movimenti delle dita anche a distanza. Senza i mudra lo studio di questa forma di danza non ha senso di esistere in quanto è una componente essenziale che completa la comunicazione semantico-visiva. 
Nel mudra dell'immagine qui sopra si vuole rappresentare una "bandiera" la mano destra ha le unghie colorate e dei punti rossi disegnati sul palmo; tutte le dita della mano vengono mantenute dritte tranne il pollice, che rappresenta le nuvole, e viene piegato leggermente in avanti.
I mudra sono un'importante eredità dello yoga e come forma di comunicazione sono stati applicati alla danza indiana da/lle maestri/e di yoga in modo da concentrare la mente su un pensiero-azione che susciti un'interconnessione favorevole al corpo e all'anima. Durante la performance teatrale infatti si comunicano certe azioni che rendono la danza un'arte esteticamente godibile e comprensibile al pubblico. Ogni dito della mano rappresenta uno dei cinque elementi sottili: aria, acqua, fuoco, terra ed etere. Di conseguenza i movimenti o pose delle mani sono considerati sigilli o simboli che possono anche indicare posizioni degli occhi, del corpo e le tecniche di respiro pranayama. I sigilli aiutano a mantenere all'interno del corpo specifiche energie e conducono verso stati di consapevolezza più elevati dell'intelletto. Il bharatanatyam contiene almeno 20 asana o posture che si trovano nello yoga moderno, tra cui dhanurasana (l'arco), chakrasana (la ruota), brikshasana (l'albero) e natarajasana (posa di Shiva che danza e crea il mondo).
Un'intera narrazione del bharata natyam è divisa in momenti diversi, abbiamo il prologo, costituito dall'invocazione alla divinità, lo svolgimento, parte centrale e la recitazione o sastra di chiusura con un breve verso da parte della danzatrice con le mani e gli occhi che si trova a fine esibizione. La danzatrice riesce a ritrarre e a impersonare diversi caratteri presenti all'interno di una coreografia, diventa dio, narratore, animale, demone fluttuando dall'uno all'altro all'interno dello svolgersi del racconto. Il bharatanatyam è un tipo di danza sacra noto per la parte superiore del busto fissa, le gambe piegate e le ginocchia flesse, accompagnato dalla musica e da un cantante. Gli strumenti utilizzati includono il mridangam, tamburo a doppia faccia, il flauto o  il violino, i cembali e la veena. Si ritiene che quest'arte fosse rivelata dal Signore Brahma a Bharata, un saggio che la codificò nel testo sanskrito Natya Shastra.


mercoledì 8 settembre 2021

 Mirabai e il Vaishnava Padavali

Mirabai (1498-1546 circa) fu una principessa e poetessa e mistica vaishnava del periodo Moghul. Nobile e aristocratica dopo aver perso la madre in giovane età, fu allevata dal nonno vishnuita, che le permise di continuare a istruirsi e studiò lettere classiche e musica. Sposò un giovane principe che morì prematuramente, ma lei si rifiutò di seguirlo nel tradizionale rito Sati che forzava le vedove a immolarsi sulla pira funebre. Gli succedette poi al trono il cognato Rana Sanga, che morì anch'egli; preso allora il potere dal figlio, acerrimo nemico di Mirabai, lei fu costretta ad abbandonare il palazzo e divenne così un'asceta itinerante. 

Fin da piccolissima aveva praticato lo yoga della devozione bhakti e quando nel suo viaggio a Vrndavana incontrò Shri Jiva Gosvami (1513-1598), seguace del santo bengalese Caitanya Mahaprabhu (1486-1533) sentì forte il desiderò di parlargli e d'incontrarlo
We do not get a human life
Simply by asking.
Birth as a human
Is the reward for good deeds
In former births.
Life waxes and wanes imperceptibly,
And stays not long.
The leaf that has fallen
Returns not to the branch.
Behold the Sea of Transmigration.
With its swift, irresistible tide.
O Lal Giridhari, O pilot of my soul,
Swiftly conducts my ship to the other shore.
Mira, the maidservant of Lal Giridhari.
Declares, “Life lasts but a few days only.”
(poesia di Mirabai)
Traduzione: Non riceviamo una vita umana/solo chiedendola./La nascita umana/è il riconoscimento per i buoni sei/nella precedente nascita./La vita cresce e svanisce impercettibilmente,/e non resta più nulla./Le foglie che sono cadute/non ritornanto ai rami./Ecco il Mare della Trasmigrazione./Con la sua rapida, irresistibile marea./O Lal Giridhari, O pilota della mia anima,/Rapidamente conduce la mia nave nell'altra costa./Mira, la servitrice di Lal Giridhari./Dichiara, "La vita dura solo pochi giorni".
Infine Mira giunse a Dvaraka e prese rifugio nel tempio di Ranachor. La sua vita non era ancora libera però dalle influenze della corte di Rajput, dove si svolgevano intense lotte intestine per governare. Le battaglie contro gli invasori costrinesero molte donne allo jauhar (da jau vita e har sconfitta), suicidio di massa che si pratica bruciandosi con le fiamme dell'altare comune. Con una missiva degli ambasciatori cercarono di convincere Mirabai a tornare a casa, ma lei si rifiutò e si immerse in una profonda meditazione finché sparì nell'idolo del tempio, di lei rimase solo il sari che la avvolgeva. 
La pratica dello jahuar in Rajput (India) era originariamente legata solo ai membri della famiglia reale, poi passò ad indicare il suicidio di massa per sfuggire al disonore della cattura da parte dei nemici. Quando la presa del loro villaggio o città era ormai certa, le donne indossavano i loro abiti da sposa, abbracciavano i figli, e si immolavano su pire infuocate, mentre gli uomini si lanciavano nel combattimento a cavallo, lottando fino alla morte, e i brahmini cantavano gli inni sacri. Similmente era quanto avveniva anche nell'antica Roma con la pratica rituale della Devotio, in cui un comandante o dei soldati si immolavano alla divinità per ottenere la salvezza dello spirito.

Raffigurazione del jahuar


Mirabai fu una delle più famose poetesse vaishnava, devota di Krishna e scrisse più di mille trecento poemi o bhajan, canzoni sacre espresse con grande intensità e fervore spirituale
When the whole world
rests in slumber, dear love,
I keep vigil, riven from him.
In a glorious palace of pleasure,
estranged, I sit awake,
and see a forsaken girl,
with a garland of tears round her neck,
passing the night
counting stars,
counting the hours
to happiness
(poesia di Mirabai)
Traduzione: Quando il mondo intero/resta nel sonno, caro amore,/Io rimango vigile, ricettiva./In un glorioso palazzo di piacere,/estraniata, siedo consapevolmente/e vedo una ragazza abbandonata,/con una ghirlanda di lacrime attorno al collo,/che attraversa la notte/contando le stelle,/contando le ore/per la felicità.
La sua fama crebbe in tutto il Nord dell'India e le persone semplici videro in lei un'incarnazione di Radharani, l'eterna consorte di Krishna, ma lei si considerava solo una piccola gopi o pastorella Lalita. Risulta da testimonianze che si considerasse discepola di Guru Ravidas, un maestro il quale pare disputasse con Shri Rupa Gosvami sull'uso delle fonetico e grammaticale delle consonanti ... ad uso dei/delle praticanti di yoga ...
Le canzoni che ha scritto hanno la forma chiamata pada (verso), termine usato per le brevi poesie spirituali, composte in un semplice ritmo con un ritornello ripetuto, collezionato nel suo Padavali. Le versioni esistenti sono in Rahjastani e Braj, dialetto parlato vicino Vrndavana, o miste, tradotte in inglese e hindi
(1)
antara mandire jāgo jāgo
mādhava kṛṣṇa gopāl
nava aruṇa sama jāgo hṛdoy mama
sundara giridhāri lāl
(2)
nayane ghanāye betāri bādol
jāgo jāgo tumi kiśora śyāmol
śri rādhā priyatama jāgo hṛdoye mama
jāgo he goṣṭer rākhāl
(3)
yaśodā dulāl eso eso nāni chor
prāṇer devatā eśo he kiśora
lo’ye rādhā vāme hṛdi vraja dhāme
eso he brajer rākhāl
Traduzione
1) Per favore cresci, per favore cresci nel tempio del mio cuore, O Madhava! O Krsna! O Gopal! Per favore sali, radioso incandescente nelmio cuore come la nuova alba, O bellissimo! O Tesoro Giridhari-Lal!
2) Lacrime stanno scendendo dai mie occhi come un nubifragio monsonico! Per favore cresci, O giovane Kisora! O scuro Syamal! O amato di Srimati Radharani! Per favore cresci nel mio cuore! Per favore cresci, O manutentrice dei bovari!
3) O tesoro di Yasoda! Vieni, per favore vieni, O ladro di burro! O Signore della mia vita! Per favore vieni, O giovane ragazzo! Portando Radha con te alla Tua sinistra, nel regno di Vraja nel mio cuore, per favore vieni O protettore di Vraja!


Il movimento vaishnava Padavali si riferisce al periodo medievale della letteratura bengalese che va dal quindicesimo al diciassettesimo secolo, contraddistinto da un fiorire della poesia vaishnava che racconta in versi la storia di Radha-Krishna. Il termine padavali "collezione di versi" viene dal sanscrito e simboleggia la pratica del bhakti yoga come forma personale intensa di devozione senza distinzione di casta. Il movimento si contraddistingue per l'uso di lingue locali (apabhramsha) o derivati invece che l'uso del sanscrito classico, e influenzò coi suoi temi numerosi poeti come il premio nobel Rabindranath Tagore (1861-1941).
Mirabai viene ricordata come la regina di Chittorgah e la principessa di Merta, piccolo regno tra Jaipur e Jodhpur. Da piccola guardava suo nonno offrire il latte alla divinità di Charbuja. Questa divinità alta 85 centimetri ha quattro braccia ed è considerata miracolosa. Si trova nel tempio del villaggio di Badri risalente al 1444 a.C. fatto di specchi e marmo. Una volta le finestre interne erano dorate e quelle esterne argentate. All'ingresso si trovano ancora oggi pietre a forma d'elefante e ogni anno ci sono speciali celebrazioni, per onorare la sua memoria è stato costituito uno speciale Istituto di ricerca dedicato a lei e alla sua arte.


 Donne guerriere, matriarcato e Veda


Quando gli Arii, popolazione nomade guerriera, invasero l'India settentrionale fino alla piana del Gange, esistevano già delle popolazioni autoctone che vivevano prevalentemente di agricoltura e allevamento, esse venivano chiamate Dasi o Dasyu, ed erano considerate le eredi della "Civiltà della valle dell'Indo". Di loro poco sappiamo, se non che erano una delle civiltà più antiche finora conosciute, stanziatisi nel subcontinente indiano, lungo i fiumi Indo e Saraswati, fiume ora prosciugato che non esiste più. Abbiamo appreso della loro esistenza grazie agli scavi di Harappa e Mohejo-daro nel Novecento e sappiamo che fiorì  dal 2600 al 1900 a.C. e se ne parla anche nei Veda
Nel periodo prevedico, antecedente all'invasione Ariana, secondo gli/le studiosi/e l'organizzazione sociale era a prevalenza matriarcale e si configurava attorno alla divinità della grande madre terra. La donna, che assunse poi determinate funzioni e caratteristiche, era infatti colei dalla quale si nasce e colei alla quale si torna, quindi anche attraverso la sepoltura. La grande madre - come terra e come immagine del femminile - anch'essa muore e si rigenera tramite il passare delle diverse stagioni, come la luna calante, la luna crescente e la luna nuova. Il potere della donna era inteso non come dominio ma come capacità di illuminare e trasformare la coscienza umana, un potere spirituale che si manifestava non solo nella conoscenza e nella saggezza, ma soprattutto nella verità, nell’amore e nella giustizia. La spiritualità antica della Grande Madre poi gradualmente si attenuò fino a scomparire, come risultato dello scontro tra culture diverse e del successivo affermarsi delle religioni patriarcali.
La ginecocrazia o potere della donna fu teorizzata tra gli altri da J.Ferguson McLennan (Primitive marriage, 1866) e Johann Jakob Bachofen (1815-1887) storico e antropologo tedesco, essi la intesero come la prima forma di potere politico nelle comunità di più di quattromila anni fa. Queste teorie antropologiche si basavano sulla testimonianze sparse di miti, simbologie, racconti e storie. Senza entrare nel merito, possiamo dire che molte di queste ipotesi evolutive esse si basavano su reperti e documenti storici, ma soprattutto sull'analisi di genere degli autori, ossia si osservava se gli autori delle opere fossero soggetti-uomo o soggetti-donna, capaci cioè anche di imporre a tratti la loro visione della struttura sociale di genere e di trasmetterla. Ossia si tratta di una metodologia di genere che aiuta a prendere consapevolezza a livello storico!
Nel periodo Vedico (vedismo), quello della compilazione dei testi sacri, dei loro commentari e dell'invasione Ariana, la figura femminile era ben rappresentata sia da donne-divinità armate e non che anche presente in storie e leggende memorabili guerriere considerate tenaci e invincibili. I personaggi minori di Lankini e Shikandini sono infatti noti nell'epopea del Ramayana, la prima era la dea custode delle porte di Lanka, potente Rakshasi, ossia essere di tipo umanoide dai poteri soprannaturali che poteva lottare sia per la fazione delle forze del bene che del male a seconda degli eventi. La seconda era invece figlia del re del Panchala Drupada, ed era la reincarnazione della principessa Amba, disprezzata da Bhisma nel Mahabharata per il suo amore non corrisposto, ma che avrà poi la sua rivincita diventando un guerriero nella vita successiva che lotterà e vincerà con onore. 
A proposito di Amba apriamo una piccola parentesi, è da notare che era originaria del popolo di Kahsi, parola che significa "nato da una madre", e la struttura di quel popolo era organizzata in clan detti kur che seguivano la figura femminile principale, capa del clan e sacerdotessa della famiglia, la quale custodiva tutte le proprietà senza trarne alcun profitto personale. I Khasi dell'India seguono i principi di matrilinearità, per la successione e l'eredità e di solito è la figlia minore che rileva l'intero patrimonio. Gli uomini possono visitare la propria partner solo di notte – non hanno diritto né di mangiare, né di lavorare e né tantomeno di abitare nella casa del clan della propria compagna. Questo è quello che si intende, in etnologia, per “matrimonio di visita”. Presso un sottogruppo dei Khasi, i Garo, è la donna che corteggia l’uomo, e non viceversa: la ragazza fa rapire dai propri fratelli il ragazzo che le piace, che viene tenuto prigioniero per qualche tempo nella casa degli uomini, per poi venire presentato alla ragazza tutta vestita elegante e ingioiellata. Se il ragazzo non fugge da lei più di tre volte di fila, significa che accetta la volontà della giovane di prenderlo come compagno, altrimenti la scelta viene invalidata.
Nel periodo vedico alcuni re possedevano corpi di guardie del corpo interamente femminili, ben addestrati e leali, formati da donne robuste ed esercitate a combattere oltre che a fornire medicinali e cibo alle truppe. Le donne partecipavano molto spesso alla guerra, qualche volta come soldate e qualche volta come infermiere e assistenti nelle retroguardie, studiavano arti marziali come il Silambam, arte di semicontatto che usa armi di bamboo, il Wrestling e il Kalaripayattu, madre delle arti marziali, che attinge la sua linfa vitale dai concetti dello yoga della danza indiana e dell'ayurveda, in quanto veniva usata secondariamente anche come forma di terapia degli ammalati.    
Gosha, Lopamudra, Maitreyi e Gargi sono donne famose per la loro conoscenza intellettuale e spirituale. La reginaVishpala, che visse circa settemila anni avanti Cristo, viene citata nei Rg Veda 1.116.15 come una figura storica che perse una gamba durante una battaglia. I medici Aswini Kumara le costruirono una protesi di ferro per ritornare a combattere.
Accanto a tutte queste informazioni di storia antica si deve aggiungere qualcosa sul recente sito archeologico del 2018 a Sinauli in Uttar Pradesh (India), dove è stata trovata una grande necropoli con più di cento corpi di guerrieri e guerriere. I loro carri a due posti, le loro armi e gioielli sono stati catalogati come risalenti a 4000 anni fa, ma sono difficilmente databili e confrontabili con altri ritrovamenti precedenti, come ad esempio quelli relativi a Mohenjo-daro o di altre civiltà prevediche. Uno dei dati ancora non chiariti è l'amputazione dei piedi femminili ... questo è soltanto un dettaglio nella grande opera che archeologi/archeologhe e storici/storiche si stanno apprestando a compilare, quella di ricostruire il passato della "Grande India", ma molto è andato perduto. Questo sito archeologico rimane ancora un mistero con i suoi significati simbolici da interpretare, le datazioni che non collimano ... la direzione degli scheletri sull'asse Nord-Sud, le pentole di ghee con cereali offerti al dio della morte Yama venivano prescritti come da tradizione negli antichi testi ritualistici dei Rg Veda... Esistono pur tuttavia alcune teorie e tentativi di classificare i manufatti e le sepolture, che ci aiutano a capire come vivevano quelle persone, uomini e donne, affini anche se non uguali a quelle di altre civiltà precedentemente scoperte.

Carro biposto ritrovato a Sinauli


 La pratica del digiuno di Ekadashi


Un giorno di digiuno all'anno per motivi di salute rievoca i drastici sacrifici dovuti ai momenti di malattia e alle imposizioni alimentari che fin da piccoli non fanno certamente piacere a nessuno, anche quando si parla di digiuni periodici o saltuari, ma come andremo tra poco a spiegare si tratta di un'antichissima pratica scientifica che dà anche i suoi benefici nel breve periodo tempo. Il giorno di digiuno o upavasa (upa=vicino, vasa=dimora divina) secondo gli antichi consente di avvicinarsi al divino, e il suo calcolo dipenderà dalle fasi lunari individuate con il calendario lunisolare. 
Come sappiamo il nostro corpo, che è costituito per circa il 75% da acqua, risente a livello linfatico e ormonale degli influssi lunari. Tecnicamente il giorno di digiuno sarà l'undicesimo dopo la luna piena e l'undicesimo dopo la luna nuova e verrà considerato giorno di Ekadashi (da Eka che significa uno e Dashi che significa dieci, grammaticalmente dashi al genere femminile). Questi sono i due giorni al mese in cui la ghiandola pineale secerne la melatonina che regola la sensazione di benessere psicofisico ai/alle praticanti di yoga che meditano con costanza sotto la guida di un maestro/a. Questo digiuno è tanto più importante per le donne, che subiscono maggiormente questo influsso lunare, e si dice che la linfa vitale shukra venga trasformata in ectoplasma, e allora nutra i centri spirituali più sottili, purificando il corpo da tossine fisiche e mentali. 
Ci sono vari tipi di digiuno, totale o parziale, con liquidi o cibi solidi o senza liquidi e cibi solidi, tuttavia il vero digiuno è quello senza cibo solido e liquido, quando non si mangia assolutamente niente, e per far ciò bisogna trovarsi in buone condizioni di salute. L'importante in ogni caso è astenersi di fatica fisica e dedicarsi alla meditazione restando a casa tranquilli.
Alcune note citazioni dai Veda ci confermano la bontà del digiuno nella tradizione e nei costumi vedici: «Cinque vascelli possono salvare le persone che affogano nell'oceano dell'esistenza materiale: Sri Visnu, la Bhagavad-gita, Srimati Tulasi devi, la mucca ed Ekadashi»(tratto dal Garuda Purana, Sri Krishna parla a Garuda) e ancora «Tra tutte le piante, la sacra Tulasi è la più cara a Me, tra tutti i mesi, Kartika Mi è estremamente caro, tra tutti i luoghi di pellegrinaggio, la Mia amata Dvaraka è la più cara, e tra tutti i giorni, Ekadashi è il più caro» (Padma Purana, Uttara Khanda, 112.3). 
L'importanza di Ekadashi è spiegata inoltre anche nel testo Caitanya-caritamrita (Adi-lila, 15.9-10), quando in una conversazione tra il santo Caitanya e la madre Sacidevi lui la prega di non mangiare cereali e legumi nei giorni di Ekadashi se vuole farlo felice. 
Sia la medicina naturale che quella ayurvedica raccomandano il digiuno durante specifici giorni del cambio stagione per mantenere e migliorare la salute. In effetti, biologi moderni e antichi saggi sono d'accordo sul fatto che il digiuno è benefico per il fisico e per la mente. È dunque naturale pensare che pure il digiuno di Ekadashi possa prevenire e curare molte malattie. Cosa non bisogna assolutamente mangiare durante Ekadashi? I cereali e i legumi sono vietati, si consiglia invece di seguire per quel giorno un'alimentazione strettamente vegetariana di frutta e verdura fresca. 
Narra una storia che all'alba della creazione, il Signore nella persona di Narayana creò gli esseri mobili e immobili «per assegnare a ciascuno le reazioni dei propri peccati e punire i miscredenti, creò Papapurusa, la personificazione del peccato. La sua testa era l'uccisione di un brahmana, gli occhi erano il consumo di sostanze inebrianti, la bocca era il furto di oro, le orecchie i rapporti illeciti con la moglie del guru, le braccia l'uccisione della mucca, il naso l'uccisione della propria moglie, il petto l'aborto, l'addome i rapporti con la sposa di altri, lo stomaco l'uccisione dei propri parenti, il collo il furto di beni accumulati, l'ombelico l'uccisione dei subordinati, la vita il glorificare se stessi, le cosce le offese al guru, i genitali il vendere la propria figlia, i glutei il raccontare le cose segrete, i piedi l'uccisione del proprio padre, i capelli i peccati minori» (Padma Purana, cap.11, dialogo tra Jaimini Risi e Vyasadeva).
Papapurusa (papa = peccato, purusa = personificazione) aveva il corpo nero e gli occhi gialli, era orribile a vedersi e molto potente. Visnu, un'altra rappresentazione del Signore Supremo, pensò allora di creare qualcuno che lo controllasse, così manifestò Yamaraja e Pitriloka. Egli fu accolto degnamente dal primo,  che udì dei pietosi lamenti provenire dalle regioni infernali; scoprì così che si trattava degli abitanti della Terra, caduti in basso per i loro peccati. Visnu pensò di essere il responsabile di quella sofferenza, poiché aveva creato le reazioni del peccato, perciò dal proprio corpo manifestò la divinità di Ekadashi in persona. Così tutti seguendo il voto di Ekadashi vrata, poterono tornare sui pianeti celesti a Vaikuntha. Papapurusa si avvicinò a Visnu, e si gettò ai Suoi piedi scoppiando in lacrime. Visnu gli offrì allora una benedizione per consolarlo, e Papapurusa chiese un luogo dove rifugiarsi, perchè Ekadashi lo stava per distruggere completamente, allora gli fu permesso di rifugiarsi, durante il giorno di Ekadashi, nei cereali e nei legumi. Per questo motivo, dal punto di vista spirituale, mangiare cereali e legumi nel giorno di Ekadashi equivale ad assorbire una notevole quantità di reazioni nefaste. 
Ogni organo interno del corpo ha il suo compito specifico e quello dello stomaco è di occuparsi della digestione. I medici affermano che con l’assunzione di cibo la circolazione sanguigna è accelerata verso gli organi digestivi, mentre quella verso il cervello diminuisce tanto che sperimentiamo una sonnolenza che può compromettere le capacità cerebrali. Non ci sono vantaggi nel far lavorare lo stomaco nel giorno dedicato alle pratiche dello yoga. Nel giorno di Ekadashi tutte le energie vanno dirottate verso lo Yoga, verso la spiritualità, senza però esagerare. Le persone malate o che non possono osservare un digiuno totale, possono mangiare latte e frutta ecc. ecc... in piccoli quantitativi.
In un anno ci sono circa ventisei Ekadashi, a seconda che l'anno sia bisestile o meno. Durante ogni Ekadashi viene raccontata la sua particolare storia, in cui si elencamo i particolari benefici che essa porta nel compiere i sacrifici del digiuno in quel periodo: si può a tale proposito consultare un calendario dei digiuni. L'Ekadashi più austera è quella del mese di giugno chiamata "Nirjala" (da nir poco jala acqua) che prevede il digiuno totale e completo, e viene dunque considerata anche la più sacra. Essa viene conosciuta con il nome di Bhima Ekadashi, dal nome del secondo figlio di Kunti e del re Pandu personaggio epico del Mahabharata. Bhima amava molto mangiare e per questo motivo non riusciva a digiunare, allora Visnu gli diede il permesso di digiunare solo in quel giorno con i benefici di tutte le altri Ekadashi dell'anno.
Dal punto di vista strettamente organico, il digiuno concede il meritato riposo agli intestini, allo stomaco, al fegato e a tutti gli altri organi metabolici. Può essere utilizzato come una delle migliori medicine preventive, poiché attraverso il meritato riposo del sistema digerente si possono espellere e neutralizzare le tossine accumulatesi con i processi metabolici cellulari. Molti medici oggi attribuiscono gran parte dell'accumulo di virus e batteri all'eccesso di cibo: come è ben noto in tutte le scuole di medicina naturale, la maggior porte delle malattie ha la sua origine nel tratto gastrointestinale. 
Se studiamo la vita di grandi personaggi spirituali della storia umana, notiamo che utilizzavano l'astensione dal cibo come un momento importante di presa di consapevolezza e di decisioni. Se si mangia durante quel particolare giorno, l'attività fisica della digestione devia il shukra verso le ghiandole basse, limitandone così l'assorbimento da parte delle ghiandole endocrine del cranio. Inoltre la temperatura corporea durante il giorno del digiuno diminuisce agevolando la secrezione di quest'ormone denominato in sanscrito Amrta. Il cibo che noi mangiamo si converte, per trasformazione, nell'essenza finale, chiamata Shukra o linfa vitale. Il shukra è il cibo per il cervello, da esso vengono prodotte le particelle ectoplasmatiche della mente individuale. A conclusione del digiuno si avrà infine l'accortezza di prendere alcune precauzioni, si può bere un po' di acqua tiepida con limone e sale, a metà mattinata una banana matura, poi a pranzo un cereale cotto come il riso basmati al burro o all'olio.

I sette dhatu o tessuti essenziali della vita


 La Bhagavad-gita e la scienza dell'anima

 

La letteratura vedica comprende migliaia di nozioni suddivise per argomenti che comprendono tutto lo scibile umano, dalla politica all'agricoltura. Veda significa "conoscenza duratura", che ha come scopo quello di portarci a capire la posizione spirituale delle anime condizionate dalla natura materiale. In Occidente lo studio di questi testi si sviluppa attorno gli anni Venti con le scoperte archeologiche degli scavi nella valle dell'Indo. Nel 1784 fu fondata a Calcutta la Società asiatica del Bengala creata per poter pubblicare e diffondere gli scritti in sanscrito, di carattere storico e linguistico, che vennero letti dai/dalle più noti/e intellettuali dell'epoca e tradotti soprattutto in tedesco. Si iniziò quindi a paventare l'idea di un'unica lingua unitaria, l'indoeuropeo, che assieme alla nascita di una nuova disciplina chiamata filologia comparata, cercava di apportare spiegazioni sull'etimologia e sulla grammatica alle lingue moderne (Franz Bropp, 1816). 
La filosofia vedica divenne subito fonte d'ispirazione dei romantici tedeschi, un primo appassionato fu Johann Gottfried von Herder, e anche altri come Friedrich von Schlegel, che pubblicò il Saggio sulla lingua e la saggezza dell'India (1808), e Wilhelm von Humboldt, che pubblico un lungo studio sulla Bhagavad-gita, ne fecero oggetto di discussione e li descrissero come l'essenza profonda e metafisica della conoscenza umana. George Hegel arrivò a proclamare la scoperta del sanscrito a quella di un nuovo continente e nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia elogiò il subcontinente indiano come il punto di partenza per il mondo occidentale. Anche Arthur Schopenhauer non rimase sicuramente indifferente al fascino delle Upanishad e le definì come «la produzione della più elevata saggezza umana e la letteratura più soddisfacente ed elevata che potesse trovare sulla terra (...) unico conforto della vita».
La tradizione vedica non venne amata solo dai/dalle filosofi/e, ma anche dagli/dalle studiosi/e americani/e, francesi e slavi/e. Essa propone degli insegnamenti basilari, delle istruzioni pratiche, che gradualmente portano a concepire i ragionamenti elementare per svilupparne quelli sempre più complessi e raffinati. Vero è che non si può essere superficiali nel leggere le parole di questi testi, se si vuole approfondire la vera natura umana bisogna mettere a frutto alcuni principi morali e sociali utili. La lingua dei Veda è importantissima anche per la datazione scritturale, a livello cronologico troviamo una grande varietà di dialetti, mentre per le classi più elevate si parla dei Rg Veda, o Veda standard della comunità dei brahmana che era la casta sacerdotale. Offrivano  informazioni cosmologiche, per agricoltura e viaggi commerciali, aiuto psicologico con l'astrologia karmica, elementi storico-antropologici e di comportamenti sociali e familiari sull'etichetta e l'attività politica. La donna veniva intesa come una persona in senso olistico e individuale, non era l'unica a dover occuparsi di cucina e di figli, infatti anche il marito dava il suo contributo con un supporto emozionale alla vita di coppia e famigliare, educava i consanguinei e non solo, e doveva dimostrare di diventare un compagno saggio, educato, e saper difendere la moglie e rispettarla come compagna che viveva al suo fianco. Insieme praticavano lo yoga e lo studiavano per sviluppare un maggior autocontrollo e la moderazione dei sensi verso i beni materiali. 
Nella letteratura vedica troviamo presenti molte figure di donne, principali e secondarie, sono madri, insegnanti e studentesse che sono spesso citate ancora oggi come esempi di modelli positivi e personaggi etici di riferimento comunitario. Ad esempio ricordiamo tra le altre Satyavati, l'apsara Urvashi, la principessa Satyabama e la regina Kunti, che sono considerate anche come praticanti di yoga su diversi livelli di consapevolezza, ed esse non vengono discriminate, nelle loro parole, negli atteggiamenti, nelle loro storie, anche se si evidenziano le differenze nella loro classe sociale e nel contesto tradizionale che le contraddistingue come facoltose o meno. La loro identità personale viene realizzata attraverso la spiritualità che è alla portata di tutti. Nei racconti talvolta ci sono le spiegazioni su come si sono inserite in un certo tessuto sociale del territorio in determinati eventi storici, perché ogni loro caso specifico dimostra di essere parti attive e integranti della storia dell'umanità, sia come servitrici, commercianti che poetesse o regine di alto lignaggio.
Il Mahabharata è considerato universalmente essere il poema più vasto di tutti i tempi, e consta di diciotto libri più uno, quello sulla genealogia Hari vamsa di Krishna. Considerato il quinto veda, è forse anche il più noto, contiene 106 mila versi e narra la grandezza della civiltà indiana con intrighi e lotte paragonabili ai conflitti interiori. Il grande pubblico lo ha conosciuto anche grazie alla rappresentazione cinematografica e teatrale del regista Peter Brook, che lo ha portato sulle scene con grandi attori e il personaggio esemplare di Draupadi, vinta al gioco dei dadi e costretta a vivere per dodici anni in esilio nella foresta con i suoi cinque mariti, è rimasto famoso. Nel sesto capitolo del Mahabhata o Bhisma parva, troviamo la Bhagavad gita, il testo più filosofico per eccellenza e l'essenza di tutti i Veda. Al centro dell'opera una battaglia tra due eserciti opposti, quello dei Pandava e dei loro cugini e rivali Kaurava. Il nobile Arjuna, che si batte per governare il regno, è indeciso se ritirarsi o meno dalla lotta, perché non vuole uccidere nel combattimento i/le suoi/sue parenti e amici/amiche, e chiede al suo cocchiere e consigliere Krishna cosa deve fare. La Bhagavad gita in diciotto capitoli e settecento versi descrive tre tipi principali di yoga: dell'azione o karma yoga, della conoscenza o jnana yoga e della devozione o bhakti yoga, e dà istruzioni utili a chi vuole intraprendere un percorso spirituale. 
Oggi lo yoga ha superato i confini dell'India per rivolgersi a una platea occidentale di persone che ricercano benessere psicofisico e pace mentale, talvolta con la meditazione si cerca l'armonia che non si ha a disposizione in una società stressante e caotica. Il rilassamento crea un ambiente, uno spazio, tra i pensieri e la contemplazione sviluppa l'immaginazione per realizzare obiettivi e fini superiori. 
La Bhagavad gita è un testo ormai tradotto in tutte le lingue ed è una delle maggiori Upanishad chiamata anche Gitopanishad. Ne esistono più di cinquecento versioni diverse, con relative interpretazioni, la più accreditata è quella che espone la Bhagavad gita "così com'è" di Shrila Prabhupada (1896-1977), il quale ne ha rispettato l'integrità del testo traducendo parola per parola e commentando il testo poetico secondo la tradizione dello yoga. Egli è stato un maestro di yoga indiano che ha portato in Occidente un patrimonio di circa ottanta volumi sulla spiritualità indiana, tradotti in tutte le lingue e distribuiti in cento milioni di copie nel mondo, tanto che in India gli hanno di recente dedicato una moneta. Aveva istruito numerosi/e discepoli/e, come Yamuna e Lilavati, portandole ad elevati livelli di realizzazione spirituale come prima non era mai successo, e usava dire che «Le donne non devono solo avere bambini, sono fatte anche per avanzare nello yoga» (Lettera a Jayatirtha, 1975) e ha costruito una scuola aperta a tutti al di là delle caste e dei generi.



Nella Bhagavad gita Krishna si rivolge ad Arjuna in maniera confidenziale, come essere individuale, proprio per spiegargli la distinzione tra corpo materiale e anima spirituale, con definizioni di coscienza, di percezione di se stessi e di "Chi sono io?". La legge materiale vuole che tutto nasca, sussista, si riproduca, deperisca e infine scompaia. Tutti i corpi, vegetali, animali e umani, obbediscono a questa ferrea legge: «Esiste un albero baniano, le cui radici si dirigono verso l'alto e i rami verso il basso; le sue foglie sono gli inni vedici. Chi lo conosce, conosce i Veda» (Bhagavad gita, 15.1). In questo testo il mondo materiale viene paragonato a un albero rovesciato che è solo un'immagine riflessa che si specchia in un fiume o nel mare e che sottintende a un'immagine reale. Il mondo materiale similmente è come un riflesso della realtà, l'ombra della realtà, ma è la traccia di un oggetto reale e concreto. La narrazione storica che inizia con le imprese del grande re Bharata e dei suoi discendenti, arriva fino ad Arjuna, uno di questi. Egli vuole cercare d'impedire che il regno del padre venga usurpato, vede i suoi parenti, maestri e amici schierati tra le file dell'esercito opposto, pronti alla guerra, e sopraffatto dal dolore diventa confuso e non vuole combattere ... ma la natura materiale rende perplessi coloro che ignorano i veri problemi dell'esistenza, nascita, malattia, vecchiaia e morte e con questa immortale conoscenza ci insegna ad affrontare le cose con senso del dovere, responsabilità e con un certo distacco.