mercoledì 8 settembre 2021

 La filosofia dello yoga e il Tattva Sandharba


Nello yoga le pratiche filosofiche che si trasmettevano per via orale sono state parzialmente trasmesse nei testi della tradizione chiamati Veda che contengono tutti gli argomenti dello scibile umano, dalla politica all'estetica. Alcuni studiosi hanno scritto anche dei commenti ai testi più importanti su richiesta della scuola di yoga o del proprio maestro. Il rapporto maestro discepolo è stato spesso criticato ma è sempre stato alla base della dottrina che prevede delle istruzioni impartite da un insegnante e uno studio individuale per assimilare quello che è stato appreso. La riflessione sul mondo si e sviluppata in tutte le civiltà con origini e interpretazioni comuni. 
L'educazione vedica era spirituale e si sviluppava nelle gurukula, piccole comunità dove maestri e discepoli vivevano assieme in un'ottica pedagogica basata sul dialogo, studio degli inni, spiegazioni metafisiche, meditazioni e penitenze. Numerose evidenze storiche, quali testimonianze dirette e indirette, fanno pensare a una trasmissione di questa conoscenza anche in Occidente.
Esiste un particolare rapporto tra le parti del corpo e l'universo, tra microcosmo e macrocosmo, e ogni organo si intona come una frequenza sonora su un determinato pianeta del sistema solare. Quando l'anima ascendendo devia si s corda di se stessa perdendo così la sua intonazione planetaria, e modifica l'ordine delle cose producendo un disordine o caos. I Veda sono testi sulla conoscenza suddivisi per argomenti e lunghi sedici volte l'Iliade e l'Odissea messi assieme. Tra i Veda è compreso anche il poema epico Mahabharata chiamato quinto Veda con al suo interno la Bhagavad gita. L'educazione vedica era brahminica e si poteva svolgere anche a casa dei maestri o nelle Accademie con esercizi psicofisici, canti e contemplazioni guidate. Si credeva che grazie al contatto con la vera natura dell'anima si potesse realizzare il vero Se come l'acqua si scioglie nel ghiaccio se esposto al sole ...
La conoscenza spirituale che in Grecia si chiamava sofia in India era chiamata vidya, e doveva essere trasmessa da maestro a discepolo in modo inalterato secondo una successione disciplica. L'obiettivo e quello di risvegliare la vera coscienza, la vera consapevolezza assopita o dormiente con diverse pratiche, fisiche, mentali, emozionali e spirituali. La coscienza è un sintomo della coscienza per lo yoga vaishnava, non un semplice prodotto della materia. Secondo questo principio noi siamo coscienza e siamo piccole parti di un tutto. 



Il primo trattato di Sri Jiva Gosvami (1513-1519) è un classico della filosofia orientale del medioevo. E' il primo di sei trattati che il filosofo scrisse più di quattrocento anni fa, e ha anche valore letterario essendo stato scritto in prosa in lingua sanscrita. Il Tattva Sandharba significa "trattato sulla verità assoluta" e si configura come una delle pietre miliari della filosofia dello yoga. I sei sandharba illustrano la filosofia della scuola Vaishnava nella linea della devozione pura, a partire dalle considerazioni epistemologiche sul come si può conoscere la realtà fino ad arrivare a conoscere la verità stessa. All'inizio dell'opera c'è una preghiera di buon auspicio che serve a diventare consapevoli del velo di illusione materiale che ci circonda e ci impedisce di esistere pienamente. Il velo di maya fu il fulcro della filosofia di A.Schopenhauer e nasconde il mondo reale, come se stessimo sognando.
Bisogna secondo lui strappare questo velo per conoscere il mondo e sconfiggere noia, dolore e ignoranza. Nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione ci dice infatti che «il mondo è simile allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure a una corda buttata per terra che egli scambia per un serpente». Oggi il velo di maya ci fa pensare alla società formata da individui egoisti che lavorano per allontanarsi da loro stessi rincorrendo false ambizioni e miti sociali, pensiamo ad esempio alla caverna di Platone. Cercare di comprendere la realtà significa per esempio avere il coraggio di vedere le cose per quello che sono, senza ipocrisia, e accettarsi così come siamo senza maschere.
La filosofia indiana procede in maniera graduale indicando come ottenere il processo di realizzazione nella vita in modo da comprendere le cose veramente importanti. Nella fisica occidentale si impara a misurare gli oggetti e le forze fisiche tra gli oggetti, ma non si dice nulla sulla causa (tattva) di tali forze... secondo Sri Jiva Gosvami chi ignora tali cause rimane povero e non acquisisce strumenti utili a conoscere. Nell'ontologia indiana si trovano molti aspetti psicologici relativi alla modalità della ricerca delle fonti del ragionamento, il tutto si basa su tre elementi: il conoscitore, il conosciuto e il conoscente. Jiva Gosvami è da molti considerato come il più grande filosofo dell'India e compilò non meno di 400 mila versi. L'imperatore Akbar si recò da lui nel 1570 per avere un'udienza esclusiva e si commosse tanto nell'ascoltarlo che decise di patrocinare le sue opere come viene testimoniato dall'eminente storico F.S.Growser. Si può dunque affermare che la visita di Akbar ebbe un ruolo centrale nello sviluppo delle opere di Sri Jiva Gosvami. A Vrindavana costruì anche una grande biblioteca dove avrebbe collocato tutte le opere manoscritte della sua tradizione che vennero così preservate. 
Lo storico Sushil Kumar De annotò che «Jiva Gowami fu uno degli scrittori più prolifici, versatili e produttivi, ed è quindi difficile fornire un elenco preciso delle sue opere ... la maggior parte di queste opere, però sono commentari, riassunti o supplementi, che delucidano i dotti trattati dei suoi zii, i quali trovarono in lui un interprete assai competente ed erudito». Ne scrisse almeno una ventina, e la sua grammatica è particolarmente degna di menzione perché approfondisce la grammatica sanscrita in maniera esemplare. 

martedì 7 settembre 2021

 Yoga e pellegrinaggio in Occidente


Le marce e i cammini religiosi hanno una storia comune, vengono celebrate spesso  per motivi sociali, educativi e politici. L'uomo nomade di solito camminava a piedi e si adattava all'ambiente e al clima che incontrava per poter sopravvivere meglio alle intemperie e alle difficolta. I viaggi a piedi hanno sempre suscitato un fascino incredibile e interessato l'uomo che si è spostato per curarsi, per conoscere e per trovare luoghi più favorevoli dove poter vivere nei periodi di grandi glaciazioni e carestie. Nei tempi antichi flussi migratori apprezzabili furono relativi a spostamenti nella città santa, o dove risiedevano gli oracoli per conoscere il futuro oppure dove si tenevano i giochi pubblici, per lo più spostamenti a piedi, e sotto la protezione di Zeus. 
Camminare e spostarsi a piedi ha molto a che fare anche con la filosofia e lo yoga, l'atto del camminare è considerato un atto in passione, che aiuta a placare i sensi e avvia a una forma di meditazione utile anche in luoghi pubblici, infatti pensiamo a quanto piacesse camminare e dialogare camminando a Socrate, Aristotele insegnava camminando sotto i portici del Liceo e i suoi allievi si chiamavano peripatetici, Ipazia neoplatonica di Alessandria camminava sotto i portici per cercava studenti e predicare, inoltre i sofisti, esperti nell'arte della retorica, praticavano nelle strade e camminavano. 
Le tradizioni religiose i pellegrinaggi sono ricche parti integranti della religione, pensiamo ai pellegrinaggi della via Francigena e a Santiago de Compostela nel Medioevo, poi i traffici sulle vie si sono intensificati fino a creare dei percorsi economici e sociali per le Crociate in Terrasanta.
Chi si mette in cammino può conoscere popoli diversi e le loro culture, secondo lo scrittore tedesco premio Nobel Hermann Hesse il pellegrinaggio è un mezzo per raggiungere la saggezza e la pace dell'animo passando per luoghi e persone. L'identità del pellegrino e di colui che varca i confini del proprio luogo d'origine per andare alla ricerca del sé è un'identità che va incontro all'altro per sperimentare se stesso, una nuova vita. Dante dice «oh peregrini che pensosi andate», i loro cammini rivestono un senso di sacralità perché si rischia di perdere le proprie radici. Il pellegrinaggio è una realtà che esiste da sempre ma che nel villaggio globale non si fa notare, arricchisce i partecipanti al viaggio interiore e anche metaforico di realizzazione e di stupore.
Una storia particolare è quella del Pellegrino russo raccontata in un testo ascetico scritto nell'Ottocento, che parla della preghiera del cuore che assieme alla Filocalia è una delle opere più diffuse della spiritualità ortodossa. Si succedono avventure, incontri in un quadro un po'idealizzato della Russia tra brigantaggio e guerra, guardia boschi e scrittori squattrinati. Il pellegrino russo fu eremita nei boschi e parlò con un sacrestano nella sua piccola cappella. Venne derubato e poi accusato di sedurre le ragazze, per alcuni era un matto per altri un santo taumaturgo, in ogni caso dal suo cuore traboccava una grande gioia. Il racconto del pellegrino russo è stato il centro del romanzo Franny e Zooey del 1961 di J.D.Salinger in cui si parla di una giovane studentessa universitaria affascinata dalle tecniche ascetiche del buddismo e dell'induismo. 
Nello Yoga il pellegrinaggio si chiama Padayatra, dal sanscrito viaggio a piedi, e viene percorso da una scuola di yoga a scopo spirituale oppure anche a fini comunitari da un gruppo come era successo per esempio anche con Mahatma Gandhi. Nel famoso Marzo a Dandi nel 1930 e poi nel 1933 1934 Gandhi dimostro in maniera pacifica ma efficace in quale situazione si trovavano gli intoccabili. Queste camminate erano volte a soddisfare il dharma o dovere e servivano a anche a raccogliere i fondi necessari alla causa, perché si riesce a interagire meglio tra le varie fasce sociali. E' una specie di processione che solitamente si svolge tra i mesi di aprile e luglio e pone persone diverse, in un cammino solidale passo dopo passo, per riscoprire le proprie potenzialità psicofisiche. Lo scopo è anche quello di coltivare e preservare la salute e la coscienza con la meditazione del cammino che predispone il corpo e la mente a una maggior flessibilità e gioia.



La preparazione al padayatra può essere impegnativa e richiedere settimane o mesi a seconda della preparazione psicofisica di ognuno, se lungo il percorso ci si ferma a dormire in alloggi provvisori o alberghetti si condividono cibi e spazi a livello solidale. Bisogna essere in buono stato di salute, ricordare che non si tratta di correre per una maratona, non occorre affrettarsi per arrivare alla meta, durante il sonno alla sera ci si potrà ristorare. Le scarpe devono essere comode, possibilmente serve un cappellino per ripararsi dalla calura, e un sacco a pelo e una torcia per la notte. E' permesso usare una mantellina da pioggia, e della frutta secca all'occorrenza.
Le marce per la pace possono durare diversi chilometri al giorno e coinvolgere centinaia di persone per difendere la giustizia e per i diritti dei popoli e della terra, per fornire strumenti giuridici e strutture istituzionali di mobilitazione estesi ed efficaci, attivare un dialogo con le maggiori autorità dello Stato per far riconoscere e formalizzare i propri diritti. Il land grabbing della terra viene spesso consentito a favore di fabbriche e multinazionali che stipulano contratti per costruire impianti nucleari, miniere o autostrade. Il 25 settembre è la giornata internazionale della pace e si organizzano marce sempre più lunghe ed articolate tra più stati e continenti dal carattere più internazionale. L'obiettivo è quello di suscitare interesse verso problemi comuni e sensibilizzare verso temi quali emergenza ambientale, povertà, emarginazione femminile ecc...
Ci sono tante marce famose una di queste è la marcia Perugia Assisi di fine settembre inizio ottobre che si snoda per circa ventiquattro chilometri. La prima marcia per la pace in Italia si svolse nel 1961 su iniziativa di Aldo Capitini, il Gandhi italiano, per testimoniare la solidarietà tra i popoli. Si prese spunto dai pacifisti anglosassoni che nel 1958 protestarono contro il nucleare guidati dal professor B.Russell. Capitini in questa occasione la Bandiera della pace e fondò il primo movimento non violento come lotta attiva con un proprio metodo. Capitini 1899 1968 si definiva religioso laico e parlava di compresenza di tutti gli esseri viventi, dei morti e dei viventi legati tra loro ad un livello trascendente e compartecipe di valori, in un governo di tutti un processo in cui la popolazione potesse prendere parte attiva alle decisioni e alla gestione della cosa pubblica.
I musulmani vanno alla Mecca, e questo costituisce uno dei cinque pilastri del Corano, e i figli maschi ebrei sono tenuti ad andare almeno una volta a Gerusalemme. Anche il buddismo e l'induismo hanno sempre favorito viaggi di scambio come pellegrinaggi sia delle persone comuni che dei monaci erranti.
Govinda raccontò che errava per molte miglia e chiedeva alle nuvole la strada giusta da seguire, perché camminare è uno dei modi di meditare. Nello Zen si alternano posizioni sedute e in cammino per la meditazione. In Wanderlust. A History of walking (Mondadori, 2005) R.Solnit afferma che la filosofia del camminare va al di là di ogni ceto sociale, è per tutti. Honore de Balzac diceva che i pensieri nascono proprio camminando e servono a intravedere nuovi punti di vista. Il flaneur, come viene indicato, era un uomo errante che vagava per le vie cittadine provando emozioni osservando il paesaggio (C.Baudelaire).
In A piedi a Gerusalemme, 184 giorni, 184 volti, S.de Fooz racconta il suo viaggio a piedi per sei mesi da Gand nelle Fiandre fino a Gerusalemme attraversando tredici paesi con uno zaino e cinquanta euro in tasca, per depositare, in una breccia del Muro del Pianto, un sasso raccolto nel lager nazista di Dachau. Ogni persona che ama andare a piedi usa tutto il corpo e i sensi, per lo yoga è fondamentale la consapevolezza psicofisica e la motivazione che ci vuole per coprire lunghe distanze e proseguire, liberandosi da ansie, lasciandosi andare, preparando la strada alla meditazione, ascoltando suoni e rumori, accettando imprevisti, senza correre, senza aspettative, solo per andare con un senso di libertà nuovo che da' la possibilità di riascoltarsi. Andare a piedi, magari a piedi nudi, ci dispone in un atteggiamento curioso e appassionato, durante il cammino apprendiamo come guardare dentro noi stessi e gli altri.
La filosofia del cammino nasce nello yoga e si perfeziona con i filosofi greci nel pensiero occidentale. Il camminare aiuta a liberare la mente e a sgombrarla da pensieri pesanti, col desiderio di scoprire cose nuove, comprendere il mondo fisico con movimenti e percepire paesaggi di vari tipi anche urbani ma sempre a contatto con la natura, per assaporare piaceri sconosciuti e rispondere al richiamo della strada. Siamo esseri in cammino che si scontrano mondi diversi e con una lieta umiltà li si riconosce. C'è sempre un primo passo a cui seguono altri che segnano un sereno distacco verso le cose materiali del mondo.

Ekocaravan 2012 in Slovenia, 

The 'art of walking' in the 11th slovenian padayatra

Walking slowly in the nature is considered like an ecological trendy sport, but it is not. It is also well known as 'deep walking' or 'nordic walking and in somehow it is has become a culture or a philosophical way to to think how to avoid stress far from the modern society and its troubles. To walk by foot is in real connection with life and people, it has become again popoular to go the 'Camino de Santiago de Compostela' in Spain and so it becomes easy to  remember that the real root of travelling belongs to the pilgrimage. Travelling for human beings means visiting holy places with religious purposes and the real aim is to find God.

What is Padayatra? Recently Prahladananda swami said that 'The practice of padayatra is the most effective method to become Krsna consciousness, it is a journey foot, a combination of harinama and book distribution'. Padayatra is an ancient and inspiring practice for everybody who wants to awake the dormant consciousness. Srila Prabhupada used to say that it is also very blissful and it is Lord Caitanya's engagement: 'Lord  Caitanya personally travelled all over India for six years. His program was simply kirtana and prasadam distribution (...)  So continue this program, it is very pleasing to Him (TD I - Bombay, 17Dec75).

In the eleventh Padayatra of Slovenia have been distributed more then 1600 books, 20.000 biscuits and 3.000 brochures speaking on the pure values of the Ekocaravan. This year the journey counted about 1400 km through the amazing villages of ...    in the regions of ........  from the 28th June to the 15th July. Slovenian Padayatra can be understood like a way to come back at home, this is why the word 'eko', that reminds us the concept of 'ekology', in the greek language means 'home' (from the greek 'oikos'). Creating walking as a relationship between ourself, the society and the world, we definitevely are the history of our steps.

There is a lot on the idea of walking, there is our education, our experience, furthermore we are in a deep relation with the landscapea and our inner self. While we are walking it is easier to discover ourself towards the essence of our existence, because we become aware ot the present in a certain place, with certain persons, in a certain time,  with a certain weather. There is not competition, we walk for fun, for curiosity or for religious goals, like in a meditation against materialism and agoism. Step by step we learn our limits and how to be supported by other. It is a kind of re-union with the Absolute and it has also an active function between walking and thinking in the methaphorical human existence. So, where are we going? Always at home: back to Godhead.

venerdì 26 ottobre 2007

Jahnava blog

Yoga e autobiografia 

All’età di sei anni mio padre mi ha presentato Giorgio, un conoscente praticante di yoga, della scuola di Yogananda Paramahansa, con il quale ho iniziato a praticare le prime asana o posizioni per rimanere seduta, in piedi o sdraiata e respirare senza fatica. Questo signore cantava volentieri accompagnandosi alla chitarra in modo gioioso e cucinava cibo vegetariano cotto al forno, come miglio al rosmarino. Da quella volta ho avuto modo, nel corso degli anni, di conoscere più profondamente la filosofia tra Oriente e Occidente, di occuparmi di corpo, mente e spirito a livello individuale e di gruppo, sia come studentesche come insegnante.
Sono trascorsi una cinquantina d’anni circa e ho avuto modo di accrescere la mia preparazione con molte altre competenze e abilità, ma in fondo sono rimasta la stessa di sempre, con la voglia di esprimere emozioni e pensieri. Grazie anche all’incontro di tante persone straordinarie, che mi hanno formato — la vita, si sa, è l’arte dell’incontro — sono cresciuta interiormente, e la maggior parte delle persone straordinarie sono state delle persone comuni, che nessuno conosce pubblicamente, non sono famose, ma sono capaci di lasciare un segno in completa naturalezza, perché aperte e sensibili nei confronti degli altri/e. Sono queste persone estremamente semplici che mi hanno fatto capire tante cose e hanno fatto sì che diventassi quella che sono, mi hanno trasmesso con il loro esempio valori importanti e fatto capire cosa conta veramente: esiste un ordine nell’universo, nelle cellule e nei pianeti intorno a noi, gli esseri viventi creano una rete di relazioni utili di cooperazione e aiuto reciproco per svilupparsi nella loro essenza.

Fatta questa premessa potrei continuare con una serie di citazioni dotte di filosofia o addurre testimonianze dirette con nomi ed evidenze che comprovano quello che dico. Io chi sono? Una sequenza predestinata di eventi originali, incredibilmente unici, che formano una vita o sono un essere che sceglie in ogni istante quello che vuole fare? Quale strada intraprendere ponendosi alcune domande: «Chi sono? Dove sto andando e perché?» Di risposte a queste domande filosofiche ne troviamo tante in tutti i libri di filosofia e anche nei salotti culturali, più o meno accurate, a seconda del grado di consapevolezza, che ci rende partecipi alla realtà e ci fa percepire ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. Per poter essere bisogna aderire a ciò che siamo e riconoscere i nostri limiti e le nostre radici.

Il metodo empirico non ammette scorciatoie, se so ad esempio che un corvo vive cent’anni, non sarò in grado di accertarmene direttamente comprandone uno e verificando nel tempo che ciò sia vero, dunque dovrò adottare altre strategie. Per verifiche di tipo metafisico ci vuole in sostanza un metodo metafisico, da applicare con estrema naturalezza. Il nostro “Io” identitario ci aiuterà facilmente nel compito prestabilito, per riconoscere i comportamenti virtuosi (sinderesi), per allargare gli orizzonti socio-culturali e cognitivi e applicarli senza fatica alle nostre migliori qualità. Il percorso della ricerca della felicità è spesse volte in salita, e non ci accorgiamo di avere accanto dei valori e degli alleati utili, in primis la nostra mente, che può essere la nostra migliore amica o nemica. «La mente è la migliore amica per colui che è riuscito a controllarla, ma per chi non è riuscito a controllarla diventa la peggiore nemica; per cui la persona che riesce veramente a controllare la propria mente raggiunge una coscienza superiore» (Bhagavad-gita, 6.6).
Per caso ho iniziato a studiare filosofia all’Università, e successivamente ho conseguito un certificato di filosofia Indovedica che mi ha permesso di poter scrivere saggi comparativi, oltre che poesie, racconti e articoli giornalistici, da trasmettere a studenti e appassionati della materia. Come accadono le cose? Le progettiamo noi come vuole la meccanica quantistica, o ci capitano senza motivo? Se è vero che siamo artefici del nostro destino, perché non sono diventata una atleta o una regista come ho desiderato da piccola? In effetti la mia coscienza è cambiata, a contatto con persone diverse la mia storia è cambiata, normalmente, senza grossi sforzi cambiamo a contatto con persone che ci trasmettono conoscenza! 

Conoscere non è però essere, abbiamo conoscenza e possiamo riflettere su chi siamo nella storia e nel tempo, il metodo di conoscenza dell’essere è il più facile e intuitivo, per conoscerci ed esistere ci si situa nella consapevolezza di essere coscienti. Nel mito della caverna Platone presenta il risveglio del filosofo (VII libro della Repubblica 514b-520a) che esce dalla caverna oscura e il suo tentativo di aiutare anche gli altri prigionieri rimasti dentro la caverna. I prigionieri riescono a vedere solo ombre proiettate sul muro davanti a loro e pensano che quella sia la verità. Il percorso del filosofo, che illumina con la luce della conoscenza sé stesso e gli altri, non è veloce, richiede tempo, sacrificio e dedizione, richiede una guida, un maestro. Questo mito ci insegna che possiamo scegliere se vivere alla luce o al buio, i prigionieri sono schiavi dei sensi, e quando il filosofo cerca di liberarli loro non gli credono e lo uccidono. Il filosofo non riesce a liberare i prigionieri schiavi delle apparenze, cerca di narrare la sua esperienza (diegesi) ma non viene creduto perché il velo di Maya, dell’illusione, ha offuscato le menti dei prigionieri e ha impedito loro la conquista del vero (Rg veda VI, 47, 18).
I contributi di studiosi orientalisti alla storia della filosofia hanno arricchito le visioni del mondo e prodotto l’incontro della mente e del cuore tra Occidente e Oriente. La metafisica come studio scrupoloso e attento della realtà è possibile in quanto naturale per la persona che trova un suo completamento nella natura interiore e sovrasensibile. Come sottolinea Platone (429-348 a. C.) nella seconda navigazione, quella senza il favore degli elementi, bisogna usare l’intelletto e talvolta anche le braccia per mettersi a remare.
Tra similitudini e fantasmagorie i luoghi della filosofia sono cambiati, ci sono sempre più spazi formativi informali oltre a quelli scolastici consolidati degli enti pubblici. L’ Accademia di Platone era collocata in un luogo sacro agli dei, e la divinità adorata ne era la proprietaria dal punto di vista giuridico. Maestro e discepoli vivevano assieme secondo regole prestabilite. Il complesso di proprietà della scuola comprendeva il giardino, il santuario, l’altare, le statue, gli ex voto, la passeggiata e la biblioteca. Solo gli schiavi e i libri erano proprietà dello scolarca o fondatore della scuola.
E le donne? Tra i numerosi Maestri dell’antichità (a quando una collana editoriale col titolo Maestre?) troviamo anche la testimonianza di qualche (seppur rara) filosofa: Ipazia di Alessandria (360-415 d. C.) per esempio viene citata come fonte indiretta da Socrate Scolastico, Sinesio di Cirene, Filostorgio e Damascio. Era la figlia di Teone, direttore della biblioteca di Alessandria, ed era matematica, astronoma e filosofa, prima allieva e collaboratrice del padre, poi direttrice della scuola neoplatonica. Anche altre filosofe antiche e moderne sono citate nei libri di storia, nei tempi vedici (1500-1200a.C.) ricordiamo Gosha, che scrisse miriadi di inni sacri, Lopamudra, moglie del saggio Agasthya, Maitreyi, filosofa e scrittrice, Gargi, profetessa e figlia del saggio Vachaknu. Poi ancora Diotima, Teoclea, Plotina, Elisabetta di Boemia, Simone Weil, Hannah Harendt e Simone de Beauvoir, solo per citarne alcune. Il dominio della filosofia è sempre stato appannaggio maschile, solo nel 1800 si vedranno delle scuole di filosofia aperte anche alle donne. Infatti proprio la filosofia è uno dei campi delle scienze umane meno proporzionato rispetto al genere, le donne costituiscono meno del 17% degli iscritti/e alla facoltà di filosofia. Uno studio sociologico del 2013 ha messo in luce come i contributi e le citazioni femminili in ambito filosofico siano solo del 3,6%. La filosofa Sally Haslanger ha dichiarato nel 2008 quanto fosse difficile trovare un posto di lavoro in filosofia che non sia ostile verso le donne, dunque si tratta anche di un ambiente altamente selettivo rispetto al genere e che reca psicologicamente un certo timore a chi non è attrezzato a frequentarlo. Ciò non ha impedito però ad alcune donne di inserirsi con impegno e applicazione. Luce Irigaray (1930) ha preparato il terreno per un’educazione di genere negli anni Settanta, ha promosso un modello di cittadinanza che tenesse conto della differenza di genere e scritto opere di valore storico non indifferente. Ciononostante in molti manuali di filosofia le donne sono quasi o del tutto assenti, oppure compaiono con un contributo limitato alla sensibilità femminile. Le associazioni di filosofe e le reti di donne filosofe sono elitarie, non funzionano in modo ottimale, spesso la filosofa viene etichettata come intellettuale femminista fanatica che copia l’uomo manager. Non mancano i modelli di riferimento, ma si citano poco e a sproposito perché il pensiero femminile viene riconosciuto in un ambito domestico, in una storia autobiografica o di supporto medico infermieristico. 
Grazie all’appoggio di organizzazioni culturali sensibili ai miei progetti sono riuscita nell’intento di pubblicare articoli, poesie, saggi e racconti per studenti e appassionati alla filosofia. Ho studiato che il pensiero femminile vanta una tradizione millenaria, e si basa su intuito, libertà e autostima. Il libro Nonostante Platone (1990) di Adriana Cavarero dipinge una galleria di eroine classiche come Penelope e Demetra che si muovono in uno scenario sociale ben definito, fatto di scelte logiche precise e meditate. La donna non è più una pedina senza scacchiera, ma sa muoversi bene in un universo morale e realistico, fatto di cultura e intelletto emotivo legato all’azione, senza imporsi con la forza o con competizione fine a sé stessa. L’educazione di genere ha sviluppato un linguaggio corretto e inclusivo per realizzare la gestione del bene comune. Anche le donne filosofe vogliono partecipare a una forma-pensiero che lasci i segni nella storia dell’essere umano, al di là del genere e delle differenze, la donna vuole oggi realizzarsi anche spiritualmente. Certo, se penso ai ricordi di scuola trovo immagini solo maschili, ma se, invece, penso a figure straordinarie ritrovo tante immagini di donne amiche, parenti e colleghe, che hanno creato con me una nuova storia e tracciato un binario di conoscenza e capacità critica. Se mi guardo indietro non trovo solo figure di maestri, ma anche di grandi maestre che son rimaste indelebili e che hanno espresso la loro opinione, anche se a volte scomoda, con l’obiettivo di portare un contributo al pensiero collettivo non solo femminile e oggi, grazie a loro, possiamo citare tante altre donne con opere originali nella storia della scienza e della letteratura, per formare un discorso più ampio di collaborazione e di speranza.