mercoledì 8 settembre 2021

 Mirabai e il Vaishnava Padavali

Mirabai (1498-1546 circa) fu una principessa e poetessa e mistica vaishnava del periodo Moghul. Nobile e aristocratica dopo aver perso la madre in giovane età, fu allevata dal nonno vishnuita, che le permise di continuare a istruirsi e studiò lettere classiche e musica. Sposò un giovane principe che morì prematuramente, ma lei si rifiutò di seguirlo nel tradizionale rito Sati che forzava le vedove a immolarsi sulla pira funebre. Gli succedette poi al trono il cognato Rana Sanga, che morì anch'egli; preso allora il potere dal figlio, acerrimo nemico di Mirabai, lei fu costretta ad abbandonare il palazzo e divenne così un'asceta itinerante. 

Fin da piccolissima aveva praticato lo yoga della devozione bhakti e quando nel suo viaggio a Vrndavana incontrò Shri Jiva Gosvami (1513-1598), seguace del santo bengalese Caitanya Mahaprabhu (1486-1533) sentì forte il desiderò di parlargli e d'incontrarlo
We do not get a human life
Simply by asking.
Birth as a human
Is the reward for good deeds
In former births.
Life waxes and wanes imperceptibly,
And stays not long.
The leaf that has fallen
Returns not to the branch.
Behold the Sea of Transmigration.
With its swift, irresistible tide.
O Lal Giridhari, O pilot of my soul,
Swiftly conducts my ship to the other shore.
Mira, the maidservant of Lal Giridhari.
Declares, “Life lasts but a few days only.”
(poesia di Mirabai)
Traduzione: Non riceviamo una vita umana/solo chiedendola./La nascita umana/è il riconoscimento per i buoni sei/nella precedente nascita./La vita cresce e svanisce impercettibilmente,/e non resta più nulla./Le foglie che sono cadute/non ritornanto ai rami./Ecco il Mare della Trasmigrazione./Con la sua rapida, irresistibile marea./O Lal Giridhari, O pilota della mia anima,/Rapidamente conduce la mia nave nell'altra costa./Mira, la servitrice di Lal Giridhari./Dichiara, "La vita dura solo pochi giorni".
Infine Mira giunse a Dvaraka e prese rifugio nel tempio di Ranachor. La sua vita non era ancora libera però dalle influenze della corte di Rajput, dove si svolgevano intense lotte intestine per governare. Le battaglie contro gli invasori costrinesero molte donne allo jauhar (da jau vita e har sconfitta), suicidio di massa che si pratica bruciandosi con le fiamme dell'altare comune. Con una missiva degli ambasciatori cercarono di convincere Mirabai a tornare a casa, ma lei si rifiutò e si immerse in una profonda meditazione finché sparì nell'idolo del tempio, di lei rimase solo il sari che la avvolgeva. 
La pratica dello jahuar in Rajput (India) era originariamente legata solo ai membri della famiglia reale, poi passò ad indicare il suicidio di massa per sfuggire al disonore della cattura da parte dei nemici. Quando la presa del loro villaggio o città era ormai certa, le donne indossavano i loro abiti da sposa, abbracciavano i figli, e si immolavano su pire infuocate, mentre gli uomini si lanciavano nel combattimento a cavallo, lottando fino alla morte, e i brahmini cantavano gli inni sacri. Similmente era quanto avveniva anche nell'antica Roma con la pratica rituale della Devotio, in cui un comandante o dei soldati si immolavano alla divinità per ottenere la salvezza dello spirito.

Raffigurazione del jahuar


Mirabai fu una delle più famose poetesse vaishnava, devota di Krishna e scrisse più di mille trecento poemi o bhajan, canzoni sacre espresse con grande intensità e fervore spirituale
When the whole world
rests in slumber, dear love,
I keep vigil, riven from him.
In a glorious palace of pleasure,
estranged, I sit awake,
and see a forsaken girl,
with a garland of tears round her neck,
passing the night
counting stars,
counting the hours
to happiness
(poesia di Mirabai)
Traduzione: Quando il mondo intero/resta nel sonno, caro amore,/Io rimango vigile, ricettiva./In un glorioso palazzo di piacere,/estraniata, siedo consapevolmente/e vedo una ragazza abbandonata,/con una ghirlanda di lacrime attorno al collo,/che attraversa la notte/contando le stelle,/contando le ore/per la felicità.
La sua fama crebbe in tutto il Nord dell'India e le persone semplici videro in lei un'incarnazione di Radharani, l'eterna consorte di Krishna, ma lei si considerava solo una piccola gopi o pastorella Lalita. Risulta da testimonianze che si considerasse discepola di Guru Ravidas, un maestro il quale pare disputasse con Shri Rupa Gosvami sull'uso delle fonetico e grammaticale delle consonanti ... ad uso dei/delle praticanti di yoga ...
Le canzoni che ha scritto hanno la forma chiamata pada (verso), termine usato per le brevi poesie spirituali, composte in un semplice ritmo con un ritornello ripetuto, collezionato nel suo Padavali. Le versioni esistenti sono in Rahjastani e Braj, dialetto parlato vicino Vrndavana, o miste, tradotte in inglese e hindi
(1)
antara mandire jāgo jāgo
mādhava kṛṣṇa gopāl
nava aruṇa sama jāgo hṛdoy mama
sundara giridhāri lāl
(2)
nayane ghanāye betāri bādol
jāgo jāgo tumi kiśora śyāmol
śri rādhā priyatama jāgo hṛdoye mama
jāgo he goṣṭer rākhāl
(3)
yaśodā dulāl eso eso nāni chor
prāṇer devatā eśo he kiśora
lo’ye rādhā vāme hṛdi vraja dhāme
eso he brajer rākhāl
Traduzione
1) Per favore cresci, per favore cresci nel tempio del mio cuore, O Madhava! O Krsna! O Gopal! Per favore sali, radioso incandescente nelmio cuore come la nuova alba, O bellissimo! O Tesoro Giridhari-Lal!
2) Lacrime stanno scendendo dai mie occhi come un nubifragio monsonico! Per favore cresci, O giovane Kisora! O scuro Syamal! O amato di Srimati Radharani! Per favore cresci nel mio cuore! Per favore cresci, O manutentrice dei bovari!
3) O tesoro di Yasoda! Vieni, per favore vieni, O ladro di burro! O Signore della mia vita! Per favore vieni, O giovane ragazzo! Portando Radha con te alla Tua sinistra, nel regno di Vraja nel mio cuore, per favore vieni O protettore di Vraja!


Il movimento vaishnava Padavali si riferisce al periodo medievale della letteratura bengalese che va dal quindicesimo al diciassettesimo secolo, contraddistinto da un fiorire della poesia vaishnava che racconta in versi la storia di Radha-Krishna. Il termine padavali "collezione di versi" viene dal sanscrito e simboleggia la pratica del bhakti yoga come forma personale intensa di devozione senza distinzione di casta. Il movimento si contraddistingue per l'uso di lingue locali (apabhramsha) o derivati invece che l'uso del sanscrito classico, e influenzò coi suoi temi numerosi poeti come il premio nobel Rabindranath Tagore (1861-1941).
Mirabai viene ricordata come la regina di Chittorgah e la principessa di Merta, piccolo regno tra Jaipur e Jodhpur. Da piccola guardava suo nonno offrire il latte alla divinità di Charbuja. Questa divinità alta 85 centimetri ha quattro braccia ed è considerata miracolosa. Si trova nel tempio del villaggio di Badri risalente al 1444 a.C. fatto di specchi e marmo. Una volta le finestre interne erano dorate e quelle esterne argentate. All'ingresso si trovano ancora oggi pietre a forma d'elefante e ogni anno ci sono speciali celebrazioni, per onorare la sua memoria è stato costituito uno speciale Istituto di ricerca dedicato a lei e alla sua arte.


 Donne guerriere, matriarcato e Veda


Quando gli Arii, popolazione nomade guerriera, invasero l'India settentrionale fino alla piana del Gange, esistevano già delle popolazioni autoctone che vivevano prevalentemente di agricoltura e allevamento, esse venivano chiamate Dasi o Dasyu, ed erano considerate le eredi della "Civiltà della valle dell'Indo". Di loro poco sappiamo, se non che erano una delle civiltà più antiche finora conosciute, stanziatisi nel subcontinente indiano, lungo i fiumi Indo e Saraswati, fiume ora prosciugato che non esiste più. Abbiamo appreso della loro esistenza grazie agli scavi di Harappa e Mohejo-daro nel Novecento e sappiamo che fiorì  dal 2600 al 1900 a.C. e se ne parla anche nei Veda
Nel periodo prevedico, antecedente all'invasione Ariana, secondo gli/le studiosi/e l'organizzazione sociale era a prevalenza matriarcale e si configurava attorno alla divinità della grande madre terra. La donna, che assunse poi determinate funzioni e caratteristiche, era infatti colei dalla quale si nasce e colei alla quale si torna, quindi anche attraverso la sepoltura. La grande madre - come terra e come immagine del femminile - anch'essa muore e si rigenera tramite il passare delle diverse stagioni, come la luna calante, la luna crescente e la luna nuova. Il potere della donna era inteso non come dominio ma come capacità di illuminare e trasformare la coscienza umana, un potere spirituale che si manifestava non solo nella conoscenza e nella saggezza, ma soprattutto nella verità, nell’amore e nella giustizia. La spiritualità antica della Grande Madre poi gradualmente si attenuò fino a scomparire, come risultato dello scontro tra culture diverse e del successivo affermarsi delle religioni patriarcali.
La ginecocrazia o potere della donna fu teorizzata tra gli altri da J.Ferguson McLennan (Primitive marriage, 1866) e Johann Jakob Bachofen (1815-1887) storico e antropologo tedesco, essi la intesero come la prima forma di potere politico nelle comunità di più di quattromila anni fa. Queste teorie antropologiche si basavano sulla testimonianze sparse di miti, simbologie, racconti e storie. Senza entrare nel merito, possiamo dire che molte di queste ipotesi evolutive esse si basavano su reperti e documenti storici, ma soprattutto sull'analisi di genere degli autori, ossia si osservava se gli autori delle opere fossero soggetti-uomo o soggetti-donna, capaci cioè anche di imporre a tratti la loro visione della struttura sociale di genere e di trasmetterla. Ossia si tratta di una metodologia di genere che aiuta a prendere consapevolezza a livello storico!
Nel periodo Vedico (vedismo), quello della compilazione dei testi sacri, dei loro commentari e dell'invasione Ariana, la figura femminile era ben rappresentata sia da donne-divinità armate e non che anche presente in storie e leggende memorabili guerriere considerate tenaci e invincibili. I personaggi minori di Lankini e Shikandini sono infatti noti nell'epopea del Ramayana, la prima era la dea custode delle porte di Lanka, potente Rakshasi, ossia essere di tipo umanoide dai poteri soprannaturali che poteva lottare sia per la fazione delle forze del bene che del male a seconda degli eventi. La seconda era invece figlia del re del Panchala Drupada, ed era la reincarnazione della principessa Amba, disprezzata da Bhisma nel Mahabharata per il suo amore non corrisposto, ma che avrà poi la sua rivincita diventando un guerriero nella vita successiva che lotterà e vincerà con onore. 
A proposito di Amba apriamo una piccola parentesi, è da notare che era originaria del popolo di Kahsi, parola che significa "nato da una madre", e la struttura di quel popolo era organizzata in clan detti kur che seguivano la figura femminile principale, capa del clan e sacerdotessa della famiglia, la quale custodiva tutte le proprietà senza trarne alcun profitto personale. I Khasi dell'India seguono i principi di matrilinearità, per la successione e l'eredità e di solito è la figlia minore che rileva l'intero patrimonio. Gli uomini possono visitare la propria partner solo di notte – non hanno diritto né di mangiare, né di lavorare e né tantomeno di abitare nella casa del clan della propria compagna. Questo è quello che si intende, in etnologia, per “matrimonio di visita”. Presso un sottogruppo dei Khasi, i Garo, è la donna che corteggia l’uomo, e non viceversa: la ragazza fa rapire dai propri fratelli il ragazzo che le piace, che viene tenuto prigioniero per qualche tempo nella casa degli uomini, per poi venire presentato alla ragazza tutta vestita elegante e ingioiellata. Se il ragazzo non fugge da lei più di tre volte di fila, significa che accetta la volontà della giovane di prenderlo come compagno, altrimenti la scelta viene invalidata.
Nel periodo vedico alcuni re possedevano corpi di guardie del corpo interamente femminili, ben addestrati e leali, formati da donne robuste ed esercitate a combattere oltre che a fornire medicinali e cibo alle truppe. Le donne partecipavano molto spesso alla guerra, qualche volta come soldate e qualche volta come infermiere e assistenti nelle retroguardie, studiavano arti marziali come il Silambam, arte di semicontatto che usa armi di bamboo, il Wrestling e il Kalaripayattu, madre delle arti marziali, che attinge la sua linfa vitale dai concetti dello yoga della danza indiana e dell'ayurveda, in quanto veniva usata secondariamente anche come forma di terapia degli ammalati.    
Gosha, Lopamudra, Maitreyi e Gargi sono donne famose per la loro conoscenza intellettuale e spirituale. La reginaVishpala, che visse circa settemila anni avanti Cristo, viene citata nei Rg Veda 1.116.15 come una figura storica che perse una gamba durante una battaglia. I medici Aswini Kumara le costruirono una protesi di ferro per ritornare a combattere.
Accanto a tutte queste informazioni di storia antica si deve aggiungere qualcosa sul recente sito archeologico del 2018 a Sinauli in Uttar Pradesh (India), dove è stata trovata una grande necropoli con più di cento corpi di guerrieri e guerriere. I loro carri a due posti, le loro armi e gioielli sono stati catalogati come risalenti a 4000 anni fa, ma sono difficilmente databili e confrontabili con altri ritrovamenti precedenti, come ad esempio quelli relativi a Mohenjo-daro o di altre civiltà prevediche. Uno dei dati ancora non chiariti è l'amputazione dei piedi femminili ... questo è soltanto un dettaglio nella grande opera che archeologi/archeologhe e storici/storiche si stanno apprestando a compilare, quella di ricostruire il passato della "Grande India", ma molto è andato perduto. Questo sito archeologico rimane ancora un mistero con i suoi significati simbolici da interpretare, le datazioni che non collimano ... la direzione degli scheletri sull'asse Nord-Sud, le pentole di ghee con cereali offerti al dio della morte Yama venivano prescritti come da tradizione negli antichi testi ritualistici dei Rg Veda... Esistono pur tuttavia alcune teorie e tentativi di classificare i manufatti e le sepolture, che ci aiutano a capire come vivevano quelle persone, uomini e donne, affini anche se non uguali a quelle di altre civiltà precedentemente scoperte.

Carro biposto ritrovato a Sinauli


 La pratica del digiuno di Ekadashi


Un giorno di digiuno all'anno per motivi di salute rievoca i drastici sacrifici dovuti ai momenti di malattia e alle imposizioni alimentari che fin da piccoli non fanno certamente piacere a nessuno, anche quando si parla di digiuni periodici o saltuari, ma come andremo tra poco a spiegare si tratta di un'antichissima pratica scientifica che dà anche i suoi benefici nel breve periodo tempo. Il giorno di digiuno o upavasa (upa=vicino, vasa=dimora divina) secondo gli antichi consente di avvicinarsi al divino, e il suo calcolo dipenderà dalle fasi lunari individuate con il calendario lunisolare. 
Come sappiamo il nostro corpo, che è costituito per circa il 75% da acqua, risente a livello linfatico e ormonale degli influssi lunari. Tecnicamente il giorno di digiuno sarà l'undicesimo dopo la luna piena e l'undicesimo dopo la luna nuova e verrà considerato giorno di Ekadashi (da Eka che significa uno e Dashi che significa dieci, grammaticalmente dashi al genere femminile). Questi sono i due giorni al mese in cui la ghiandola pineale secerne la melatonina che regola la sensazione di benessere psicofisico ai/alle praticanti di yoga che meditano con costanza sotto la guida di un maestro/a. Questo digiuno è tanto più importante per le donne, che subiscono maggiormente questo influsso lunare, e si dice che la linfa vitale shukra venga trasformata in ectoplasma, e allora nutra i centri spirituali più sottili, purificando il corpo da tossine fisiche e mentali. 
Ci sono vari tipi di digiuno, totale o parziale, con liquidi o cibi solidi o senza liquidi e cibi solidi, tuttavia il vero digiuno è quello senza cibo solido e liquido, quando non si mangia assolutamente niente, e per far ciò bisogna trovarsi in buone condizioni di salute. L'importante in ogni caso è astenersi di fatica fisica e dedicarsi alla meditazione restando a casa tranquilli.
Alcune note citazioni dai Veda ci confermano la bontà del digiuno nella tradizione e nei costumi vedici: «Cinque vascelli possono salvare le persone che affogano nell'oceano dell'esistenza materiale: Sri Visnu, la Bhagavad-gita, Srimati Tulasi devi, la mucca ed Ekadashi»(tratto dal Garuda Purana, Sri Krishna parla a Garuda) e ancora «Tra tutte le piante, la sacra Tulasi è la più cara a Me, tra tutti i mesi, Kartika Mi è estremamente caro, tra tutti i luoghi di pellegrinaggio, la Mia amata Dvaraka è la più cara, e tra tutti i giorni, Ekadashi è il più caro» (Padma Purana, Uttara Khanda, 112.3). 
L'importanza di Ekadashi è spiegata inoltre anche nel testo Caitanya-caritamrita (Adi-lila, 15.9-10), quando in una conversazione tra il santo Caitanya e la madre Sacidevi lui la prega di non mangiare cereali e legumi nei giorni di Ekadashi se vuole farlo felice. 
Sia la medicina naturale che quella ayurvedica raccomandano il digiuno durante specifici giorni del cambio stagione per mantenere e migliorare la salute. In effetti, biologi moderni e antichi saggi sono d'accordo sul fatto che il digiuno è benefico per il fisico e per la mente. È dunque naturale pensare che pure il digiuno di Ekadashi possa prevenire e curare molte malattie. Cosa non bisogna assolutamente mangiare durante Ekadashi? I cereali e i legumi sono vietati, si consiglia invece di seguire per quel giorno un'alimentazione strettamente vegetariana di frutta e verdura fresca. 
Narra una storia che all'alba della creazione, il Signore nella persona di Narayana creò gli esseri mobili e immobili «per assegnare a ciascuno le reazioni dei propri peccati e punire i miscredenti, creò Papapurusa, la personificazione del peccato. La sua testa era l'uccisione di un brahmana, gli occhi erano il consumo di sostanze inebrianti, la bocca era il furto di oro, le orecchie i rapporti illeciti con la moglie del guru, le braccia l'uccisione della mucca, il naso l'uccisione della propria moglie, il petto l'aborto, l'addome i rapporti con la sposa di altri, lo stomaco l'uccisione dei propri parenti, il collo il furto di beni accumulati, l'ombelico l'uccisione dei subordinati, la vita il glorificare se stessi, le cosce le offese al guru, i genitali il vendere la propria figlia, i glutei il raccontare le cose segrete, i piedi l'uccisione del proprio padre, i capelli i peccati minori» (Padma Purana, cap.11, dialogo tra Jaimini Risi e Vyasadeva).
Papapurusa (papa = peccato, purusa = personificazione) aveva il corpo nero e gli occhi gialli, era orribile a vedersi e molto potente. Visnu, un'altra rappresentazione del Signore Supremo, pensò allora di creare qualcuno che lo controllasse, così manifestò Yamaraja e Pitriloka. Egli fu accolto degnamente dal primo,  che udì dei pietosi lamenti provenire dalle regioni infernali; scoprì così che si trattava degli abitanti della Terra, caduti in basso per i loro peccati. Visnu pensò di essere il responsabile di quella sofferenza, poiché aveva creato le reazioni del peccato, perciò dal proprio corpo manifestò la divinità di Ekadashi in persona. Così tutti seguendo il voto di Ekadashi vrata, poterono tornare sui pianeti celesti a Vaikuntha. Papapurusa si avvicinò a Visnu, e si gettò ai Suoi piedi scoppiando in lacrime. Visnu gli offrì allora una benedizione per consolarlo, e Papapurusa chiese un luogo dove rifugiarsi, perchè Ekadashi lo stava per distruggere completamente, allora gli fu permesso di rifugiarsi, durante il giorno di Ekadashi, nei cereali e nei legumi. Per questo motivo, dal punto di vista spirituale, mangiare cereali e legumi nel giorno di Ekadashi equivale ad assorbire una notevole quantità di reazioni nefaste. 
Ogni organo interno del corpo ha il suo compito specifico e quello dello stomaco è di occuparsi della digestione. I medici affermano che con l’assunzione di cibo la circolazione sanguigna è accelerata verso gli organi digestivi, mentre quella verso il cervello diminuisce tanto che sperimentiamo una sonnolenza che può compromettere le capacità cerebrali. Non ci sono vantaggi nel far lavorare lo stomaco nel giorno dedicato alle pratiche dello yoga. Nel giorno di Ekadashi tutte le energie vanno dirottate verso lo Yoga, verso la spiritualità, senza però esagerare. Le persone malate o che non possono osservare un digiuno totale, possono mangiare latte e frutta ecc. ecc... in piccoli quantitativi.
In un anno ci sono circa ventisei Ekadashi, a seconda che l'anno sia bisestile o meno. Durante ogni Ekadashi viene raccontata la sua particolare storia, in cui si elencamo i particolari benefici che essa porta nel compiere i sacrifici del digiuno in quel periodo: si può a tale proposito consultare un calendario dei digiuni. L'Ekadashi più austera è quella del mese di giugno chiamata "Nirjala" (da nir poco jala acqua) che prevede il digiuno totale e completo, e viene dunque considerata anche la più sacra. Essa viene conosciuta con il nome di Bhima Ekadashi, dal nome del secondo figlio di Kunti e del re Pandu personaggio epico del Mahabharata. Bhima amava molto mangiare e per questo motivo non riusciva a digiunare, allora Visnu gli diede il permesso di digiunare solo in quel giorno con i benefici di tutte le altri Ekadashi dell'anno.
Dal punto di vista strettamente organico, il digiuno concede il meritato riposo agli intestini, allo stomaco, al fegato e a tutti gli altri organi metabolici. Può essere utilizzato come una delle migliori medicine preventive, poiché attraverso il meritato riposo del sistema digerente si possono espellere e neutralizzare le tossine accumulatesi con i processi metabolici cellulari. Molti medici oggi attribuiscono gran parte dell'accumulo di virus e batteri all'eccesso di cibo: come è ben noto in tutte le scuole di medicina naturale, la maggior porte delle malattie ha la sua origine nel tratto gastrointestinale. 
Se studiamo la vita di grandi personaggi spirituali della storia umana, notiamo che utilizzavano l'astensione dal cibo come un momento importante di presa di consapevolezza e di decisioni. Se si mangia durante quel particolare giorno, l'attività fisica della digestione devia il shukra verso le ghiandole basse, limitandone così l'assorbimento da parte delle ghiandole endocrine del cranio. Inoltre la temperatura corporea durante il giorno del digiuno diminuisce agevolando la secrezione di quest'ormone denominato in sanscrito Amrta. Il cibo che noi mangiamo si converte, per trasformazione, nell'essenza finale, chiamata Shukra o linfa vitale. Il shukra è il cibo per il cervello, da esso vengono prodotte le particelle ectoplasmatiche della mente individuale. A conclusione del digiuno si avrà infine l'accortezza di prendere alcune precauzioni, si può bere un po' di acqua tiepida con limone e sale, a metà mattinata una banana matura, poi a pranzo un cereale cotto come il riso basmati al burro o all'olio.

I sette dhatu o tessuti essenziali della vita


 La Bhagavad-gita e la scienza dell'anima

 

La letteratura vedica comprende migliaia di nozioni suddivise per argomenti che comprendono tutto lo scibile umano, dalla politica all'agricoltura. Veda significa "conoscenza duratura", che ha come scopo quello di portarci a capire la posizione spirituale delle anime condizionate dalla natura materiale. In Occidente lo studio di questi testi si sviluppa attorno gli anni Venti con le scoperte archeologiche degli scavi nella valle dell'Indo. Nel 1784 fu fondata a Calcutta la Società asiatica del Bengala creata per poter pubblicare e diffondere gli scritti in sanscrito, di carattere storico e linguistico, che vennero letti dai/dalle più noti/e intellettuali dell'epoca e tradotti soprattutto in tedesco. Si iniziò quindi a paventare l'idea di un'unica lingua unitaria, l'indoeuropeo, che assieme alla nascita di una nuova disciplina chiamata filologia comparata, cercava di apportare spiegazioni sull'etimologia e sulla grammatica alle lingue moderne (Franz Bropp, 1816). 
La filosofia vedica divenne subito fonte d'ispirazione dei romantici tedeschi, un primo appassionato fu Johann Gottfried von Herder, e anche altri come Friedrich von Schlegel, che pubblicò il Saggio sulla lingua e la saggezza dell'India (1808), e Wilhelm von Humboldt, che pubblico un lungo studio sulla Bhagavad-gita, ne fecero oggetto di discussione e li descrissero come l'essenza profonda e metafisica della conoscenza umana. George Hegel arrivò a proclamare la scoperta del sanscrito a quella di un nuovo continente e nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia elogiò il subcontinente indiano come il punto di partenza per il mondo occidentale. Anche Arthur Schopenhauer non rimase sicuramente indifferente al fascino delle Upanishad e le definì come «la produzione della più elevata saggezza umana e la letteratura più soddisfacente ed elevata che potesse trovare sulla terra (...) unico conforto della vita».
La tradizione vedica non venne amata solo dai/dalle filosofi/e, ma anche dagli/dalle studiosi/e americani/e, francesi e slavi/e. Essa propone degli insegnamenti basilari, delle istruzioni pratiche, che gradualmente portano a concepire i ragionamenti elementare per svilupparne quelli sempre più complessi e raffinati. Vero è che non si può essere superficiali nel leggere le parole di questi testi, se si vuole approfondire la vera natura umana bisogna mettere a frutto alcuni principi morali e sociali utili. La lingua dei Veda è importantissima anche per la datazione scritturale, a livello cronologico troviamo una grande varietà di dialetti, mentre per le classi più elevate si parla dei Rg Veda, o Veda standard della comunità dei brahmana che era la casta sacerdotale. Offrivano  informazioni cosmologiche, per agricoltura e viaggi commerciali, aiuto psicologico con l'astrologia karmica, elementi storico-antropologici e di comportamenti sociali e familiari sull'etichetta e l'attività politica. La donna veniva intesa come una persona in senso olistico e individuale, non era l'unica a dover occuparsi di cucina e di figli, infatti anche il marito dava il suo contributo con un supporto emozionale alla vita di coppia e famigliare, educava i consanguinei e non solo, e doveva dimostrare di diventare un compagno saggio, educato, e saper difendere la moglie e rispettarla come compagna che viveva al suo fianco. Insieme praticavano lo yoga e lo studiavano per sviluppare un maggior autocontrollo e la moderazione dei sensi verso i beni materiali. 
Nella letteratura vedica troviamo presenti molte figure di donne, principali e secondarie, sono madri, insegnanti e studentesse che sono spesso citate ancora oggi come esempi di modelli positivi e personaggi etici di riferimento comunitario. Ad esempio ricordiamo tra le altre Satyavati, l'apsara Urvashi, la principessa Satyabama e la regina Kunti, che sono considerate anche come praticanti di yoga su diversi livelli di consapevolezza, ed esse non vengono discriminate, nelle loro parole, negli atteggiamenti, nelle loro storie, anche se si evidenziano le differenze nella loro classe sociale e nel contesto tradizionale che le contraddistingue come facoltose o meno. La loro identità personale viene realizzata attraverso la spiritualità che è alla portata di tutti. Nei racconti talvolta ci sono le spiegazioni su come si sono inserite in un certo tessuto sociale del territorio in determinati eventi storici, perché ogni loro caso specifico dimostra di essere parti attive e integranti della storia dell'umanità, sia come servitrici, commercianti che poetesse o regine di alto lignaggio.
Il Mahabharata è considerato universalmente essere il poema più vasto di tutti i tempi, e consta di diciotto libri più uno, quello sulla genealogia Hari vamsa di Krishna. Considerato il quinto veda, è forse anche il più noto, contiene 106 mila versi e narra la grandezza della civiltà indiana con intrighi e lotte paragonabili ai conflitti interiori. Il grande pubblico lo ha conosciuto anche grazie alla rappresentazione cinematografica e teatrale del regista Peter Brook, che lo ha portato sulle scene con grandi attori e il personaggio esemplare di Draupadi, vinta al gioco dei dadi e costretta a vivere per dodici anni in esilio nella foresta con i suoi cinque mariti, è rimasto famoso. Nel sesto capitolo del Mahabhata o Bhisma parva, troviamo la Bhagavad gita, il testo più filosofico per eccellenza e l'essenza di tutti i Veda. Al centro dell'opera una battaglia tra due eserciti opposti, quello dei Pandava e dei loro cugini e rivali Kaurava. Il nobile Arjuna, che si batte per governare il regno, è indeciso se ritirarsi o meno dalla lotta, perché non vuole uccidere nel combattimento i/le suoi/sue parenti e amici/amiche, e chiede al suo cocchiere e consigliere Krishna cosa deve fare. La Bhagavad gita in diciotto capitoli e settecento versi descrive tre tipi principali di yoga: dell'azione o karma yoga, della conoscenza o jnana yoga e della devozione o bhakti yoga, e dà istruzioni utili a chi vuole intraprendere un percorso spirituale. 
Oggi lo yoga ha superato i confini dell'India per rivolgersi a una platea occidentale di persone che ricercano benessere psicofisico e pace mentale, talvolta con la meditazione si cerca l'armonia che non si ha a disposizione in una società stressante e caotica. Il rilassamento crea un ambiente, uno spazio, tra i pensieri e la contemplazione sviluppa l'immaginazione per realizzare obiettivi e fini superiori. 
La Bhagavad gita è un testo ormai tradotto in tutte le lingue ed è una delle maggiori Upanishad chiamata anche Gitopanishad. Ne esistono più di cinquecento versioni diverse, con relative interpretazioni, la più accreditata è quella che espone la Bhagavad gita "così com'è" di Shrila Prabhupada (1896-1977), il quale ne ha rispettato l'integrità del testo traducendo parola per parola e commentando il testo poetico secondo la tradizione dello yoga. Egli è stato un maestro di yoga indiano che ha portato in Occidente un patrimonio di circa ottanta volumi sulla spiritualità indiana, tradotti in tutte le lingue e distribuiti in cento milioni di copie nel mondo, tanto che in India gli hanno di recente dedicato una moneta. Aveva istruito numerosi/e discepoli/e, come Yamuna e Lilavati, portandole ad elevati livelli di realizzazione spirituale come prima non era mai successo, e usava dire che «Le donne non devono solo avere bambini, sono fatte anche per avanzare nello yoga» (Lettera a Jayatirtha, 1975) e ha costruito una scuola aperta a tutti al di là delle caste e dei generi.



Nella Bhagavad gita Krishna si rivolge ad Arjuna in maniera confidenziale, come essere individuale, proprio per spiegargli la distinzione tra corpo materiale e anima spirituale, con definizioni di coscienza, di percezione di se stessi e di "Chi sono io?". La legge materiale vuole che tutto nasca, sussista, si riproduca, deperisca e infine scompaia. Tutti i corpi, vegetali, animali e umani, obbediscono a questa ferrea legge: «Esiste un albero baniano, le cui radici si dirigono verso l'alto e i rami verso il basso; le sue foglie sono gli inni vedici. Chi lo conosce, conosce i Veda» (Bhagavad gita, 15.1). In questo testo il mondo materiale viene paragonato a un albero rovesciato che è solo un'immagine riflessa che si specchia in un fiume o nel mare e che sottintende a un'immagine reale. Il mondo materiale similmente è come un riflesso della realtà, l'ombra della realtà, ma è la traccia di un oggetto reale e concreto. La narrazione storica che inizia con le imprese del grande re Bharata e dei suoi discendenti, arriva fino ad Arjuna, uno di questi. Egli vuole cercare d'impedire che il regno del padre venga usurpato, vede i suoi parenti, maestri e amici schierati tra le file dell'esercito opposto, pronti alla guerra, e sopraffatto dal dolore diventa confuso e non vuole combattere ... ma la natura materiale rende perplessi coloro che ignorano i veri problemi dell'esistenza, nascita, malattia, vecchiaia e morte e con questa immortale conoscenza ci insegna ad affrontare le cose con senso del dovere, responsabilità e con un certo distacco.

 Veda, donne e Mahabharata


Lo studio dei Veda inizia in Occidente con la scoperta di una grandissima civiltà nella valle dell'Indo attorno agli anni venti. Lì furono recuperati antichi resti del periodo neolitico di circa settemila anni avanti Cristo. I siti dove si era scavato si trovavano nella parte Nord-Occidentale del subcontinente indiano, che ebbe il suo momento di maggior sviluppo attorno al 2200 a.C. Nel 1784 era stata fondata a Calcutta la Società asiatica del Bengala per pubblicare e diffondere scritti di carattere storico, linguistico e letterario dell'India e gli/le intellettuali europei/e notarono la somiglianza tra le loro lingue e il sanscrito. Franz Bropp (1816) parlò di una lingua unitaria, l'indoeuropeo da cui sarebbero nate le proto lingue individuali, come il proto-slavo, il germanico ecc... ecc...
La filosofia vedica divenne subito fonte d'ispirazione dei/delle romantici/romantiche tedeschi/tedesche, anche perché la Germania non doveva difendere interessi economici in India. Il primo appassionato fu Johann Gottfried von Herder, poi Friedrich von Schlegel che scrisse Saggio sulla lingua e la saggezza dell'India (1808), e Wilhelm von Humboldt che pubblicò un lungo studio sulla Bhagavad gita ivi descritta come la cosa più profonda ed elevata apparsa al mondo. Il filosofo Georg Hegel paragonò la scoperta del sanscrito a quella di un nuovo continente e nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia elogiò il subcontinente indiano come il punto di partenza per tutto il mondo occidentale. Arthur Schopenhauer, invece, e rimase incantato e definì le Upanishad come la produzione della più elevata saggezza umana e la letteratura più soddisfacente ed elevata che si posa trovare sulla terra (...) unico conforto della sua vita.
La letteratura vedica non venne amata solo dai/dalle filosofi/e tedeschi/e, ma anche dagli/dalle intellettuali americani/e, francesi e slavi/e. Essa propone degli insegnamenti basilari rivolti alle persone semplici, fino ad arrivare a ragionamenti più complessi e raffinati per i/le colti/e. Vero è che non si può essere superficiali nel leggere questi testi, se si vuole approfondire la natura umana bisognerà mettere in pratica i principi di cui si parla. I Veda, dal sanscrito vid che significa "conoscenza", comprendono la più vasta tradizione scritta mai conosciuta, informazioni su tutto lo scibile umano, dalla medicina all'agricoltura, e naturalmente inclusa anche la filosofia dello yoga, prerequisito d'accesso per raggiungere l'Assoluto e realizzarsi come esseri umani e come anime.
Molte parti dei Veda sono dedicate a figure di donne, ci sono infatti diversi personaggi femminili principali o secondari di cui si narrano la vita e le vicissitudini. Per esempio nel Mahabharata o quinto Veda si parla di Draupadi e dei suoi cinque mariti, i fratelli Pandava, che dal punto di vista antropologico ci ricorda la pratica della poliandria, che consisteva nel sposare il fratello maggiore e per estensione così anche i fratelli più giovani. Draupadi venne persa al gioco dei dadi dal capofamiglia Yudishtira, ma in modo illecito, fu difesa e tutta la sua famiglia fu costretta a trascorrere dodici anni in esilio nella foresta per non incorrere in altre sanzioni peggiori.
Nel Mahabharata, il più lungo poema epico di tutti i tempi, ha diciotto capitoli e parla della dinastia Bharata, che prende il nome dal grande re antenato di tutte le figure di spicco della storia. In realtà tutta l'India era il regno di questo imperatore, e se chiedete ancora oggi a un indiano come si chiama il suo paese potrà dirvi anche semplicemente Bharata. I temi trattati sono tra i più avvincenti, lotte, riti magici, interventi divini, amori ed atti eroici per evidenziare la religiosità del dharma o legge del dovere. Si combattono due eserciti nemici in battaglia, quelli dei fratelli Kaurava e dei loro cugini Pandava, la battaglia dura diciotto giorni e ha inizio nel racconto della Bhagavad gita o capitolo di Bhisma. Arjuna, uno dei Pandava, non vuole lottare contro i suoi amici e parenti e dunque chiede consiglio a Krishna, che guida il suo carro, su cosa deve fare: la risposta è combattere con distacco perché lui è un guerriero e i guerrieri devono combattere.
Nel poema incontriamo anche Draupadi, figura eroica capace di affrontare molte infelicità e considerata un simbolo di forza e indipendenza femminile. Le sue virtù non sono inferiori a quelle degli eroi guerrieri, essa nacque dal fuoco, perché suo padre Draupad non poteva avere figli e compì dei riti sacri per realizzare il suo desiderio di paternità, allora da una sacra pira nacque una ragazza bella e perfetta dal cui corpo emanava il profumo del loto azzurro. Il Dio Krishna ne parla come di Sakhi, amica amata e le fu accanto in ogni momento difficile. Essa è forse il personaggio femminile più noto della storia e rappresenta per alcuni la dea latente o kundalini che si sposa con differenti energie per potersi elevare verso l'Assoluto. Essa nasce assieme al fratello Dhrishtadyumna comandante in capo dell'esercito dei Pandava che venne poi ucciso da Karna, fratello non riconosciuto dei Pandava.


Tante storie si intrecciano nella trama del testo e il sedicesimo capitolo del Mahabharata è chiamato il "libro delle donne", narra delle lamentazioni di Gandhari, regina madre dei Kaurava afflitta dalla morte dei suoi figli, della regina Kunti, che piange la morte di Karna e alla fine dei sottocapitoli vengono descritti i riti dell'ultimo passaggio o samadhi. Gandhari è uno dei personaggi preminenti, sposa il re cieco di Hastinapura, Dhritarashtra, e decise di vivere bendata come atto di devozione il marito che non possedeva la vista. Tutti i suoi figli vennero uccisi dai cugini Pandava a Kurukshetra, soprattutto dalle mani di Bhima. Si dice che sia morta in una foresta dell'Himalaya con il marito ed entrambe ottennero la liberazione.
Nel Mahabharata si parla della tante storie, ricordiamo anche quella della bellissima Mohini. Essa viene vista come una donna fatale molto attraente che beve l'elisir dell'immortalità rubato dal demone Rahu che voleva portarlo ai compagni, ma lei lo restituisce ai Deva. I suoi racconti vennero espansi in numerosi testi, in un'altra storia rappresenta Vishnu e sconfigge Bhasmasura, demone della cenere, al quale Shiva assicurò il potere di incenerire qualsiasi persona toccandola sulla testa. Il demone volle allora incenerire Shiva, ma Mohini lo incantò e lo invitò a danzare con lei imitandola, lei allora pose le mani sulla testa, e lui copiandola morì. In una storia meno conosciuta il saggio re Asura Virochana ottenne una corona magica protettiva dal dio del Sole, ma venne sedotto da Mohini che gli rubò la corona quindi Vishnu lo poté uccidere.
I Veda erano trasmessi in principio solo oralmente, poi vennero trascritti e divisi in quattro parti, Rig, Sama, Yajur e Atharva. Chi si avvicina a questa cultura apprende che si tratta di sacre scritture compilate da Vyasadeva, un'incarnazione di Krishna. Il maestro vaishnava Madhvacarya afferma che gran parte della letteratura indiana possa essere inserita nei Veda, come ad esempio il Pancaratra, i Sutra e i Vedanga, perché se è conforme alla loro versione deriva da essa e ne mette in evidenza l'essenza. Ancora oggi vengono citati in sanscrito da tanti studiosi/e, politici/che, religiosi/e e insegnanti che si rifanno a una gloriosa tradizione millenaria la quale ha reso sicuramente più agevole il progresso della civiltà hindu e anche di una miriade di esseri umani che ne sono venuti a contatto.


 Yoga e arte oratoria


In questo articolo parleremo di quanto sia presente lo yoga nell'arte della retorica e della sua importanza teorica e pratica per poter parlare bene in pubblico. Per comprendere gli elementi base del public speaking, a partire da alcuni elementi noti a tutti, aggiungeremo quindi la sua storia e le sue tecniche, che allargano e arricchiscono i nostri orizzonti. In generale nelle scuole di yoga si conducevano delle pratiche non per arrivare alla semplice erudizione, o conoscenza arida, meccanica, ma per poter anche apprendere e assimilare una cultura volta alla crescita personale e spirituale, che svolgeva un'attività educativa con  trasmissione coerente e logica dei contenuti onesti e applicabili al ciclo di vita umano. Lo yoga infatti considera l'essere umano dal punto di vista fisico, mentale, emozionale, intellettuale nella sua interezza. Premetto che quest'arte di parlare in pubblico era in origine riservata solo agli uomini poi si è aperta con il tempo anche alle donne.
L'arte della retorica era parte integrante del curriculum dell'uomo filosofo sin dal tempo dei Veda, i suoi elementi venivano elencati e discussi sia a livello teorico che pratico nelle diverse scuole con contenuti originali e specifici. La comunicazione si svolgeva in due direzione: verso l'interno o comunicazione interiore e verso l'esterno o comunicazione sociale. L'esperienza era duplice, dunque si apprendeva in gruppo e poi si lavorava individualmente sulla comprensione degli insegnamenti. Oggi ci resta un percorso scritto piuttosto frammentato di tali attività, che venivano trasmesse soprattutto oralmente, gli insegnanti erano tanto gelosi dei propri insegnamenti da far giurare ai discepoli fedeltà eterna al maestro e va da sé non potevano diffondere tali insegnamenti agli estranei.
Successivamente con l'educazione greca, paideia o educazione circolare, si suddivise l'arte retorica in varie parti, per poterla analizzare e renderla così accessibile a un maggior numero di destinatari. I filosofi restavano nella scuola del proprio maestro e studiavano per circa cinquant'anni anni prima di poter trasmettere gli insegnamenti a loro volta. Gradualmente si inserirono nelle scuole di yoga e nelle Accademie filosofiche anche delle donne, sacerdotesse o studentesse, che però non avevano ruoli di primissimo piano, talvolta erano conosciute proprio perché mogli o figlie di qualche saggio o governante e poche riuscivano a imporsi come serie studiose e praticanti e a partecipare direttamente o indirettamente alla vita politica.
I sofisti relativizzarono l'etica, come spiega anche Platone nel Gorgia, essi diffusero l'arte della parola come elemento necessario alla vita pubblica. Poi successivamente a Roma Quintiliano e Cicerone diedero i consigli e le regole utili agli oratori/oratrici sul come affrontare le argomentazioni valide e gli schemi logici aristotelici furono decodificati soprattutto nella forma degli schemi logici stoici, fino a enucleare un sistema di educazione medievale superiore chiamato trivium e quadrivium. Esso comprendeva sia la logica minore, dei sillogismi, che quella maggiore, basata sui valori di verità e anche sui contenuti o significati. La retorica è una tecnica stilistica, mentre l'oratoria è l'attuazione della retorica, invece si chiama eloquenza l'arte di adattare la parola all'argomento in modo elegante e persuasivo. Si parla pertanto oggi di public speaking per attori/attrici, politici/politiche e commercianti, ed  esso deriva dal dialogo di un maestro/a con i suoi studenti/esse più avanzati/e, che imparano l'arte rivolgendogli delle domande ragionando sui discorsi e le argomentazioni. Ancora oggi si può studiare la struttura monologica del discorso retorico nelle sue varie fasi: preparazione, ricerca di idee, disposizione degli argomenti, stile, memoria e declamazione con voce modulata e gesti. L'oratore/oratrice deve insomma saper informare, catturare l'attenzione, commuovere, anche se dopo l'avvento della televisione e la morte dei/delle cantastorie molte sfumature sono andate perdute.
La parola yoga deriva dalla radice Yui (legare insieme) e indica la connessione spirituale, presupposto di rinascita e liberazione. Il respiro si divide in inspirazione ed espirazione, ed è il principale mezzo di scambio tra noi e l'ambiente, i muscoli che ci sostengono sono quelli diaframmatici, intercostali, toracici e addominali. Durante l'inspirazione il diaframma si abbassa, gli intercostali esterni allargano la gabbia toracica e alcuni muscoli toracici la alzano, si può quindi definire l'inspirazione come un movimento attivo. L'espirazione, al contrario, causata dal ritorno elastico del tessuto polmonare e dei muscoli inspiratori, si definisce movimento passivo. Il respiro è soggetto a continue modificazioni indotte da necessità fisiologiche o di natura emotiva, che negli anni si ripercuotono su spalle, rachide e diaframma. Quando si doveva parlare in un luogo pubblico, nelle piazze o all'aperto erano solitamente avvantaggiati coloro che parlavano con una voce chiara e impostata, erano invece penalizzati coloro che avevano voci piccole e flebili, dato che non esistevano le tecnologie informatiche, gli amplificatori e i microfoni. Gli architetti che realizzavano gli spazi teatrali lavoravano in un modo così abile che potevano far sì che la voce arrivare a tutti gli spettatori senza problemi di sorta. Gli attori e i ballerini erano inizialmente uomini che interpretavano anche le parti femminili e indossavano delle maschere, di norma erano più resistenti e si stancavano meno. 
Con lo yoga si è sostanzialmente più pronti ad affrontare un discorso, grazie alle tecniche di meditazione e respirazione, che aiutano a gestire la tensione, a ricercare la propria identità spirituale per creare una relazione autentica con l'ascoltatore. Per parlare davanti a delle persone si ha bisogno di forza ed energia, corpo e mente si preparano a reagire e ci si può preparare in anticipo all'ansia da palcoscenico con lo yoga nidra, o training autogeno, il pranayama o pratiche di respirazione, che ci portano a rilassarci, e a focalizzarci nel presente. Possiamo essere fisicamente presenti con degli esercizi del corpo chiamati asana e con delle posizioni gestuali delle mani chiamati mudra. Quando parliamo in pubblico possiamo avvantaggiarci di queste pratiche per comunicare meglio in pubblico, con consapevole energia vitale, creando uno spazio per farsi ascoltare.

Mudra della conoscenza



La comunicazione è presente in ogni aspetto della nostra vita, se ci facciamo attenzione ci rendiamo conto che in particolare utilizziamo linguaggi e suoni che talvolta si esplicano in una empatia che è naturalmente presente in tutti gli esseri viventi. La comunicazione efficace è armoniosa e portatrice di benessere sia per chi parla che per il destinatario del messaggio. E' arte e scienza nello stesso tempo quella che penetra nell'aspetto ricettivo che accoglie l'altro nelle sue sfumature. Il corpo è la prima fonte di comunicazione, ma crescendo dimentichiamo spesso la ricchezza delle sensazioni corporee che riceviamo in un determinato ambiente. Attraverso movenze e posture diciamo molto più di noi stessi di quello che vorremmo dire, raccontano di noi gestualità, espressione facciale, tono della voce e stile. In questo senso lo yoga può giocare un ruolo importante per sciogliere i nodi delle tensioni  e stabilire una connessione con la parte più profonda del sé, la coscienza, e svilupparla unendo il piano fisico, quello mentale, l'intellettivo e spirituale. 
Attraverso le posizioni fisiche da seduto o in piedi, individuiamo delle zone che rimangono contratte, e le sciogliamo col respiro, perché rappresentano schemi interiori bloccati, paure, angosce, pensieri confusi. Spesso si possono infatti sperimentare emozioni passate, memorie di traumi ed è così utile sciogliere i profondi nodi con gioia e serenità, si migliora gradualmente la postura e si aumenta la consapevolezza interiore: se per esempio i gesti sono veloci e bruschi, ciò denota la sensazione di non essere in armonia con quello che ci circonda. Tali esercizi ci mettono nella condizione di rallentare ed eseguire movimenti più lentamente e prendere contatto con la realtà. La gestione del proprio peso, la mobilità della colonna vertebrale e la propiocezione dello spazio in relazione al corpo divengono elementi essenziali per stabilire un equilibrio generale.
Abbiamo probabilmente avuto modo di sentire parlare di Gandhi e della non violenza ahimsa assenza del desiderio di nuocere come rifiuto di ogni atto violento, mediante obiezione di coscienza, resistenza o resilienza che si ricollega a tale principio induista che ebbe grande peso per molti movimenti pacifisti ed ecologisti, soprattutto degli anni Settanta. Qui ci riferiamo non solo ai principi dei diritti civili, ma proprio di un precetto dello yoga, il principale, basilare poter diventare dei praticanti seri: il primo Yama o regola di ciò che non dobbiamo fare è proprio questo. Ci sono poi altre regole che servono all'autocontrollo come gradini etici della verità su cui salire, continenza e assenza di bramosia «In presenza di una persona fermamente stabilita nella non violenza tutte le ostilità cessano» (Yoga Sutra di Patanjali). Quando una persona rispetta il principio di non violenza chi è intorno a lui ne viene fortemente influenzato. Le sacre scritture riconoscono tre forme di violenza, fisica, verbale e mentale. 
Lo yoga insegna a trattare bene tutto il nostro corpo, ad agire in conformità alla morale, e palesa inoltre una violenza verso noi stessi/e, quando per esempio mangiamo poco o troppo. Una volta che diventiamo consapevoli dei pensieri violenti che insorgono dentro di noi, si può utilizza la tecnica di pratipaksha bhuvana o del pensiero opposto, pensare ad esempio ad amore, pace e bene. Coltivare inoltre l'associazione di persone non violente che può essere di grande beneficio. Il mantra consigliato per questa era del Kali Yuga, il maha mantra che tutti i/le praticanti di yoga possono recitare perché porta alla liberazione, è il mantra non violento per eccellenza: Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare.
Un esempio noto della trasmissione di contenuti filosofici dei Veda che vengono ripresi nella Grecia di Platone si trovano per esempio nel Fedro "la forza del discorso consiste nella guida delle anime" (Fedro, dialogo del 370 circa a.C.), ci sono infatti molteplici forme di anime e molteplici forme di discorsi, ma la verità è una. In questo dialogo si sottolinea l'importanza della comunicazione veritiera, vi si dice che il vero discorso, quello che innalzava la consapevolezza, è quello comunicato oralmente, capace di incidersi nell'anima di chi ascolta. La comunicazione diretta tra maestro/a e allievo/a poteva innalzare l'anima dello studente/essa verso la vera conoscenza, e questa conoscenza era ben espressa nella Bhagavad-gita nella conoscenza dell'Assoluto, capitolo filosofico in versi contenuta nel grande poema epico Mahabharata, già cinquemila anni avanti Cristo.
Nel Fedro Socrate finge di condividere l'entusiasmo del giovane compagno di passeggiata a cui vuole trasmettere la conoscenza dell'anima, e inserisce parzialmente il mito vedico della biga alata, ripreso della parabola delle Katha Upanishad chiamato Ratha Kalpana, dove si descrive un carro su cui sta l'anima o viaggiatore, l'auriga o intelletto, il carro rappresenta il corpo, i cavalli sono i sensi, le redini la mente, il terreno è l'oggetto dei sensi. Il giovane Niciketa chiede a Yama dio della morte la destinazione dell'anima che cambia corpo, così come nel Fedro si parla della trasmigrazione dell'anima o metemsomatosi. La parabola del carro narra del viaggio dell'anima e istruisce sull'amore per la vera conoscenza, con la descrizione delle varie parti dell'essere vivente e le sue caratteristiche come essere umano e sociale: «Chi ha la comprensione dell'auriga e controlla i sensi raggiungerà il fine del suo viaggio nel regno supremo» (Katha Upanishad, 1.3.10-11).


 Yoga e ayurveda, fisiologia della marmaterapia


Nello yoga si può beneficiare di alcuni trattamenti specifici dell'ayurveda, scienza della vita, che  riguardano la pulizia degli organi interni del corpo, della mente, con massaggi e purificazioni alimentari e particolari digiuni. La marmaterapia e quella particolare area dell'ayurveda che si occupa dei marma, o punti di collegamento e passaggio nel corpo, per ristabilire la salute attraverso la digitopressione. Lo yoga accetta l'esistenza di alcuni punti energetici sottili, i chakra, le nadi e i marma, punti di connessione tra il corpo fisico, mentale. I marma chiamati anche varma sono punti concentrati di prana, energia vitale, tra muscoli, vene, tendine, osso e articolazione. Si trovano in tutto il corpo, 365 sono fondamentali e 43 sono quelli più usati per i trattamenti. Si trovano sui canali o nadi, che scorrono in profondità, affiorano occasionalmente sulla superficie della pelle, dove appunto si costituiscono i marma, aree di bassa resistenza della pelle con una presenza concentrata di prana.
Le terapie si dividono in fisiche, psicologiche e di equilibrio. Di quest'ultime fanno parte anche yoga, ayurveda e marmaterapia, ma a diversi livelli di individuazione e terapia dello squilibrio. I chakra sono tipi di marma maggiori, nello yoga se ne conoscono otto principali, anche se in realtà ve ne sono molti di più. Non si può separare il corpo fisico da quello mentale, emozionale e spirituale, per esempio nell'ayurveda l'ulcera si considera come malattia fisica ma anche mentale, e la si può trattare con la marmaterapia, anche preventivamente, perché deriva da uno squilibrio della calma. Questo significa che la causa di una malattia può essere sia mentale che emozionale prima che fisica. C'è infatti una connessione tra vari livelli di consapevolezza e nello yoga si usa dire che il corpo fisico e una manifestazione del corpo emotivo, vitale e mentale. Si può pertanto parlare dello yoga della marmaterapia.
La medicina ayurvedica si basa sul concetto consolidato che tutti gli esseri viventi e tutte le cose dell'universo sono costituiti da cinque elementi fondamentali, etere, aria, fuoco, acqua e terra. Essi si manifestano come 3 principi base o dosha vata, pitta e kapha. Queste forze controllano i nostri processi fisici e il nostro benessere dipende dalla loro armonia. Inoltre ci sono 3 qualità o guna che si intrecciano ai dosha e contraddistinguono le nostre qualità mentali e comportamentali della costituzione psicofisica, la purezza, la passione e l'ignoranza. Lo yoga della marmaterapia e un sistema di terapia ayurvedico che agisce su questi elementi con principi sottili della filosofia dello yoga, apportando benessere e serenità alla persona. Vengono stimolati particolari canali energetici maggiori situati lungo la colonna vertebrale, e altri punti più piccoli, ma non meno importanti, localizzati  sulle linee vitali di differenti organi del corpo. L'energia pranica vitale circola in tutto il corpo, il terapista attuerà una strategia per riportare in equilibrio le forze. Se per esempio un paziente ha aria nello stomaco, non sarà subito facile capire le cause, ma si trovano delle strategie d'azione su nadi e marma per poter intervenire. 

I 5 elementi



Dal 1987 i nomi delle nadi sono stati standardizzati, perché riconosciuti dall'organizzazione mondiale della salute, è stato imposto un unico sistema di nomi in inglese, mentre prima si usavano diversi nomi e diverse formule. L'elemento più importante in marmaterapia e l'acqua, infatti il nostro corpo é composto principalmente d'acqua.  Alcuni elementi cambiano a seconda delle ore del giorno, alle 12 l'elemento fuoco e più attivo e l'energia pranica e alta. L'etere contiene tutti gli altri elementi, ogni elemento si trasforma per poi ritornare ad essere etere in ciclo continuo di creazione e distruzione degli elementi.
Come un bambino che dipende completamente dalla madre, che lo cura amorevolmente finche e piccolo e indifeso, cosi il terapista dovrebbe agire in modo appropriato per salvaguardare la salute del neonato. In ogni nadi sono presenti i marma dei cinque elementi in coppie, ad ogni elemento vengono associati due organi interni: etere a fegato e cistifellea, aria a polmoni e intestino tenue, fuoco a cuore e intestino crasso, acqua a reni e vescica urinaria, terra a milza, pancreas e stomaco. Al momento della nascita vi può essere una predominanza di una energia e di un elemento sull'altro che determina la nostra personalità fisica, emozionale e mentale.
In marmaterapia si studiano e analizzano i sistemi di nadi e marma da trattare collegati agli organi interni concavi e convessi. In marmaterapia possiamo considerare tre sistemi su cui operare, delle nadi, dei marma e dei flussi di prana. I livelli su cui si opera sono superficiali, intermedi o profondi, nello yoga e nella marmaterapia si lavora soprattutto lungo le nadi superficiali, talvolta anche su quelle interne. Nelle pratiche dello yoga si lavora invece sia in superficie che in profondità allo stesso tempo. Ci sono due tipi di stimolazione, di nutrimento e stimolazione, e di dispersione. Si studia cosi ad esempio il fegato, organo solido, relativo all'elemento etere, che si attiva dall'una alle tre del mattino, dove si trova nel torace, e le sue nadi che hanno origine sull'unghia dell'alluce e poi scorrono lungo il dorso del piede, incrociando la nadi della milza e del pancreas ad un certo punto salendo fino alle gambe e all'addome.

 La filosofia dello yoga e il Tattva Sandharba


Nello yoga le pratiche filosofiche che si trasmettevano per via orale sono state parzialmente trasmesse nei testi della tradizione chiamati Veda che contengono tutti gli argomenti dello scibile umano, dalla politica all'estetica. Alcuni studiosi hanno scritto anche dei commenti ai testi più importanti su richiesta della scuola di yoga o del proprio maestro. Il rapporto maestro discepolo è stato spesso criticato ma è sempre stato alla base della dottrina che prevede delle istruzioni impartite da un insegnante e uno studio individuale per assimilare quello che è stato appreso. La riflessione sul mondo si e sviluppata in tutte le civiltà con origini e interpretazioni comuni. 
L'educazione vedica era spirituale e si sviluppava nelle gurukula, piccole comunità dove maestri e discepoli vivevano assieme in un'ottica pedagogica basata sul dialogo, studio degli inni, spiegazioni metafisiche, meditazioni e penitenze. Numerose evidenze storiche, quali testimonianze dirette e indirette, fanno pensare a una trasmissione di questa conoscenza anche in Occidente.
Esiste un particolare rapporto tra le parti del corpo e l'universo, tra microcosmo e macrocosmo, e ogni organo si intona come una frequenza sonora su un determinato pianeta del sistema solare. Quando l'anima ascendendo devia si s corda di se stessa perdendo così la sua intonazione planetaria, e modifica l'ordine delle cose producendo un disordine o caos. I Veda sono testi sulla conoscenza suddivisi per argomenti e lunghi sedici volte l'Iliade e l'Odissea messi assieme. Tra i Veda è compreso anche il poema epico Mahabharata chiamato quinto Veda con al suo interno la Bhagavad gita. L'educazione vedica era brahminica e si poteva svolgere anche a casa dei maestri o nelle Accademie con esercizi psicofisici, canti e contemplazioni guidate. Si credeva che grazie al contatto con la vera natura dell'anima si potesse realizzare il vero Se come l'acqua si scioglie nel ghiaccio se esposto al sole ...
La conoscenza spirituale che in Grecia si chiamava sofia in India era chiamata vidya, e doveva essere trasmessa da maestro a discepolo in modo inalterato secondo una successione disciplica. L'obiettivo e quello di risvegliare la vera coscienza, la vera consapevolezza assopita o dormiente con diverse pratiche, fisiche, mentali, emozionali e spirituali. La coscienza è un sintomo della coscienza per lo yoga vaishnava, non un semplice prodotto della materia. Secondo questo principio noi siamo coscienza e siamo piccole parti di un tutto. 



Il primo trattato di Sri Jiva Gosvami (1513-1519) è un classico della filosofia orientale del medioevo. E' il primo di sei trattati che il filosofo scrisse più di quattrocento anni fa, e ha anche valore letterario essendo stato scritto in prosa in lingua sanscrita. Il Tattva Sandharba significa "trattato sulla verità assoluta" e si configura come una delle pietre miliari della filosofia dello yoga. I sei sandharba illustrano la filosofia della scuola Vaishnava nella linea della devozione pura, a partire dalle considerazioni epistemologiche sul come si può conoscere la realtà fino ad arrivare a conoscere la verità stessa. All'inizio dell'opera c'è una preghiera di buon auspicio che serve a diventare consapevoli del velo di illusione materiale che ci circonda e ci impedisce di esistere pienamente. Il velo di maya fu il fulcro della filosofia di A.Schopenhauer e nasconde il mondo reale, come se stessimo sognando.
Bisogna secondo lui strappare questo velo per conoscere il mondo e sconfiggere noia, dolore e ignoranza. Nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione ci dice infatti che «il mondo è simile allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure a una corda buttata per terra che egli scambia per un serpente». Oggi il velo di maya ci fa pensare alla società formata da individui egoisti che lavorano per allontanarsi da loro stessi rincorrendo false ambizioni e miti sociali, pensiamo ad esempio alla caverna di Platone. Cercare di comprendere la realtà significa per esempio avere il coraggio di vedere le cose per quello che sono, senza ipocrisia, e accettarsi così come siamo senza maschere.
La filosofia indiana procede in maniera graduale indicando come ottenere il processo di realizzazione nella vita in modo da comprendere le cose veramente importanti. Nella fisica occidentale si impara a misurare gli oggetti e le forze fisiche tra gli oggetti, ma non si dice nulla sulla causa (tattva) di tali forze... secondo Sri Jiva Gosvami chi ignora tali cause rimane povero e non acquisisce strumenti utili a conoscere. Nell'ontologia indiana si trovano molti aspetti psicologici relativi alla modalità della ricerca delle fonti del ragionamento, il tutto si basa su tre elementi: il conoscitore, il conosciuto e il conoscente. Jiva Gosvami è da molti considerato come il più grande filosofo dell'India e compilò non meno di 400 mila versi. L'imperatore Akbar si recò da lui nel 1570 per avere un'udienza esclusiva e si commosse tanto nell'ascoltarlo che decise di patrocinare le sue opere come viene testimoniato dall'eminente storico F.S.Growser. Si può dunque affermare che la visita di Akbar ebbe un ruolo centrale nello sviluppo delle opere di Sri Jiva Gosvami. A Vrindavana costruì anche una grande biblioteca dove avrebbe collocato tutte le opere manoscritte della sua tradizione che vennero così preservate. 
Lo storico Sushil Kumar De annotò che «Jiva Gowami fu uno degli scrittori più prolifici, versatili e produttivi, ed è quindi difficile fornire un elenco preciso delle sue opere ... la maggior parte di queste opere, però sono commentari, riassunti o supplementi, che delucidano i dotti trattati dei suoi zii, i quali trovarono in lui un interprete assai competente ed erudito». Ne scrisse almeno una ventina, e la sua grammatica è particolarmente degna di menzione perché approfondisce la grammatica sanscrita in maniera esemplare. 

martedì 7 settembre 2021

 Yoga e pellegrinaggio in Occidente


Le marce e i cammini religiosi hanno una storia comune, vengono celebrate spesso  per motivi sociali, educativi e politici. L'uomo nomade di solito camminava a piedi e si adattava all'ambiente e al clima che incontrava per poter sopravvivere meglio alle intemperie e alle difficolta. I viaggi a piedi hanno sempre suscitato un fascino incredibile e interessato l'uomo che si è spostato per curarsi, per conoscere e per trovare luoghi più favorevoli dove poter vivere nei periodi di grandi glaciazioni e carestie. Nei tempi antichi flussi migratori apprezzabili furono relativi a spostamenti nella città santa, o dove risiedevano gli oracoli per conoscere il futuro oppure dove si tenevano i giochi pubblici, per lo più spostamenti a piedi, e sotto la protezione di Zeus. 
Camminare e spostarsi a piedi ha molto a che fare anche con la filosofia e lo yoga, l'atto del camminare è considerato un atto in passione, che aiuta a placare i sensi e avvia a una forma di meditazione utile anche in luoghi pubblici, infatti pensiamo a quanto piacesse camminare e dialogare camminando a Socrate, Aristotele insegnava camminando sotto i portici del Liceo e i suoi allievi si chiamavano peripatetici, Ipazia neoplatonica di Alessandria camminava sotto i portici per cercava studenti e predicare, inoltre i sofisti, esperti nell'arte della retorica, praticavano nelle strade e camminavano. 
Le tradizioni religiose i pellegrinaggi sono ricche parti integranti della religione, pensiamo ai pellegrinaggi della via Francigena e a Santiago de Compostela nel Medioevo, poi i traffici sulle vie si sono intensificati fino a creare dei percorsi economici e sociali per le Crociate in Terrasanta.
Chi si mette in cammino può conoscere popoli diversi e le loro culture, secondo lo scrittore tedesco premio Nobel Hermann Hesse il pellegrinaggio è un mezzo per raggiungere la saggezza e la pace dell'animo passando per luoghi e persone. L'identità del pellegrino e di colui che varca i confini del proprio luogo d'origine per andare alla ricerca del sé è un'identità che va incontro all'altro per sperimentare se stesso, una nuova vita. Dante dice «oh peregrini che pensosi andate», i loro cammini rivestono un senso di sacralità perché si rischia di perdere le proprie radici. Il pellegrinaggio è una realtà che esiste da sempre ma che nel villaggio globale non si fa notare, arricchisce i partecipanti al viaggio interiore e anche metaforico di realizzazione e di stupore.
Una storia particolare è quella del Pellegrino russo raccontata in un testo ascetico scritto nell'Ottocento, che parla della preghiera del cuore che assieme alla Filocalia è una delle opere più diffuse della spiritualità ortodossa. Si succedono avventure, incontri in un quadro un po'idealizzato della Russia tra brigantaggio e guerra, guardia boschi e scrittori squattrinati. Il pellegrino russo fu eremita nei boschi e parlò con un sacrestano nella sua piccola cappella. Venne derubato e poi accusato di sedurre le ragazze, per alcuni era un matto per altri un santo taumaturgo, in ogni caso dal suo cuore traboccava una grande gioia. Il racconto del pellegrino russo è stato il centro del romanzo Franny e Zooey del 1961 di J.D.Salinger in cui si parla di una giovane studentessa universitaria affascinata dalle tecniche ascetiche del buddismo e dell'induismo. 
Nello Yoga il pellegrinaggio si chiama Padayatra, dal sanscrito viaggio a piedi, e viene percorso da una scuola di yoga a scopo spirituale oppure anche a fini comunitari da un gruppo come era successo per esempio anche con Mahatma Gandhi. Nel famoso Marzo a Dandi nel 1930 e poi nel 1933 1934 Gandhi dimostro in maniera pacifica ma efficace in quale situazione si trovavano gli intoccabili. Queste camminate erano volte a soddisfare il dharma o dovere e servivano a anche a raccogliere i fondi necessari alla causa, perché si riesce a interagire meglio tra le varie fasce sociali. E' una specie di processione che solitamente si svolge tra i mesi di aprile e luglio e pone persone diverse, in un cammino solidale passo dopo passo, per riscoprire le proprie potenzialità psicofisiche. Lo scopo è anche quello di coltivare e preservare la salute e la coscienza con la meditazione del cammino che predispone il corpo e la mente a una maggior flessibilità e gioia.



La preparazione al padayatra può essere impegnativa e richiedere settimane o mesi a seconda della preparazione psicofisica di ognuno, se lungo il percorso ci si ferma a dormire in alloggi provvisori o alberghetti si condividono cibi e spazi a livello solidale. Bisogna essere in buono stato di salute, ricordare che non si tratta di correre per una maratona, non occorre affrettarsi per arrivare alla meta, durante il sonno alla sera ci si potrà ristorare. Le scarpe devono essere comode, possibilmente serve un cappellino per ripararsi dalla calura, e un sacco a pelo e una torcia per la notte. E' permesso usare una mantellina da pioggia, e della frutta secca all'occorrenza.
Le marce per la pace possono durare diversi chilometri al giorno e coinvolgere centinaia di persone per difendere la giustizia e per i diritti dei popoli e della terra, per fornire strumenti giuridici e strutture istituzionali di mobilitazione estesi ed efficaci, attivare un dialogo con le maggiori autorità dello Stato per far riconoscere e formalizzare i propri diritti. Il land grabbing della terra viene spesso consentito a favore di fabbriche e multinazionali che stipulano contratti per costruire impianti nucleari, miniere o autostrade. Il 25 settembre è la giornata internazionale della pace e si organizzano marce sempre più lunghe ed articolate tra più stati e continenti dal carattere più internazionale. L'obiettivo è quello di suscitare interesse verso problemi comuni e sensibilizzare verso temi quali emergenza ambientale, povertà, emarginazione femminile ecc...
Ci sono tante marce famose una di queste è la marcia Perugia Assisi di fine settembre inizio ottobre che si snoda per circa ventiquattro chilometri. La prima marcia per la pace in Italia si svolse nel 1961 su iniziativa di Aldo Capitini, il Gandhi italiano, per testimoniare la solidarietà tra i popoli. Si prese spunto dai pacifisti anglosassoni che nel 1958 protestarono contro il nucleare guidati dal professor B.Russell. Capitini in questa occasione la Bandiera della pace e fondò il primo movimento non violento come lotta attiva con un proprio metodo. Capitini 1899 1968 si definiva religioso laico e parlava di compresenza di tutti gli esseri viventi, dei morti e dei viventi legati tra loro ad un livello trascendente e compartecipe di valori, in un governo di tutti un processo in cui la popolazione potesse prendere parte attiva alle decisioni e alla gestione della cosa pubblica.
I musulmani vanno alla Mecca, e questo costituisce uno dei cinque pilastri del Corano, e i figli maschi ebrei sono tenuti ad andare almeno una volta a Gerusalemme. Anche il buddismo e l'induismo hanno sempre favorito viaggi di scambio come pellegrinaggi sia delle persone comuni che dei monaci erranti.
Govinda raccontò che errava per molte miglia e chiedeva alle nuvole la strada giusta da seguire, perché camminare è uno dei modi di meditare. Nello Zen si alternano posizioni sedute e in cammino per la meditazione. In Wanderlust. A History of walking (Mondadori, 2005) R.Solnit afferma che la filosofia del camminare va al di là di ogni ceto sociale, è per tutti. Honore de Balzac diceva che i pensieri nascono proprio camminando e servono a intravedere nuovi punti di vista. Il flaneur, come viene indicato, era un uomo errante che vagava per le vie cittadine provando emozioni osservando il paesaggio (C.Baudelaire).
In A piedi a Gerusalemme, 184 giorni, 184 volti, S.de Fooz racconta il suo viaggio a piedi per sei mesi da Gand nelle Fiandre fino a Gerusalemme attraversando tredici paesi con uno zaino e cinquanta euro in tasca, per depositare, in una breccia del Muro del Pianto, un sasso raccolto nel lager nazista di Dachau. Ogni persona che ama andare a piedi usa tutto il corpo e i sensi, per lo yoga è fondamentale la consapevolezza psicofisica e la motivazione che ci vuole per coprire lunghe distanze e proseguire, liberandosi da ansie, lasciandosi andare, preparando la strada alla meditazione, ascoltando suoni e rumori, accettando imprevisti, senza correre, senza aspettative, solo per andare con un senso di libertà nuovo che da' la possibilità di riascoltarsi. Andare a piedi, magari a piedi nudi, ci dispone in un atteggiamento curioso e appassionato, durante il cammino apprendiamo come guardare dentro noi stessi e gli altri.
La filosofia del cammino nasce nello yoga e si perfeziona con i filosofi greci nel pensiero occidentale. Il camminare aiuta a liberare la mente e a sgombrarla da pensieri pesanti, col desiderio di scoprire cose nuove, comprendere il mondo fisico con movimenti e percepire paesaggi di vari tipi anche urbani ma sempre a contatto con la natura, per assaporare piaceri sconosciuti e rispondere al richiamo della strada. Siamo esseri in cammino che si scontrano mondi diversi e con una lieta umiltà li si riconosce. C'è sempre un primo passo a cui seguono altri che segnano un sereno distacco verso le cose materiali del mondo.

Ekocaravan 2012 in Slovenia, 

The 'art of walking' in the 11th slovenian padayatra

Walking slowly in the nature is considered like an ecological trendy sport, but it is not. It is also well known as 'deep walking' or 'nordic walking and in somehow it is has become a culture or a philosophical way to to think how to avoid stress far from the modern society and its troubles. To walk by foot is in real connection with life and people, it has become again popoular to go the 'Camino de Santiago de Compostela' in Spain and so it becomes easy to  remember that the real root of travelling belongs to the pilgrimage. Travelling for human beings means visiting holy places with religious purposes and the real aim is to find God.

What is Padayatra? Recently Prahladananda swami said that 'The practice of padayatra is the most effective method to become Krsna consciousness, it is a journey foot, a combination of harinama and book distribution'. Padayatra is an ancient and inspiring practice for everybody who wants to awake the dormant consciousness. Srila Prabhupada used to say that it is also very blissful and it is Lord Caitanya's engagement: 'Lord  Caitanya personally travelled all over India for six years. His program was simply kirtana and prasadam distribution (...)  So continue this program, it is very pleasing to Him (TD I - Bombay, 17Dec75).

In the eleventh Padayatra of Slovenia have been distributed more then 1600 books, 20.000 biscuits and 3.000 brochures speaking on the pure values of the Ekocaravan. This year the journey counted about 1400 km through the amazing villages of ...    in the regions of ........  from the 28th June to the 15th July. Slovenian Padayatra can be understood like a way to come back at home, this is why the word 'eko', that reminds us the concept of 'ekology', in the greek language means 'home' (from the greek 'oikos'). Creating walking as a relationship between ourself, the society and the world, we definitevely are the history of our steps.

There is a lot on the idea of walking, there is our education, our experience, furthermore we are in a deep relation with the landscapea and our inner self. While we are walking it is easier to discover ourself towards the essence of our existence, because we become aware ot the present in a certain place, with certain persons, in a certain time,  with a certain weather. There is not competition, we walk for fun, for curiosity or for religious goals, like in a meditation against materialism and agoism. Step by step we learn our limits and how to be supported by other. It is a kind of re-union with the Absolute and it has also an active function between walking and thinking in the methaphorical human existence. So, where are we going? Always at home: back to Godhead.